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La Cattedrale della Resurrezione

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La basilica Ursianaduomo_battistero
La costruzione della cattedrale di Ravenna si fa risalire ai tempi del vescovo Orso che la fece edificare tra la fine del IV e gli inizi del V sec. d. C. assieme al battistero e all’episcopio. Dal nome di Orso, o più propriamente Ursus, prende l’intitolazione di basilica Ursiana, dedicata all’Hagia Anastasis: in greco alla Santa Resurrezione di Cristo. La basilica era posta nella cosiddetta Regio Hercolana (la zona a sud-est della città) a ridosso delle mura urbane. L’antica cattedrale era di dimensioni imponenti, suddivisa in cinque navate sorrette da 56 colonne con abside semicircolare all’interno e poligonale all’esterno, secondo lo stile ravennate. Era anche sontuosamente adornata da marmi e mosaici. Nel corso del Medioevo la chiesa subì parecchi restauri e rifacimenti che ne modificarono in buona parte l’originale fisionomia. Ad esempio nel X-XI secolo furono aggiunti il campanile circolare e la cripta. Nel 1112 l’arcivescovo Geremia fece decorare l’abside con nuovi splendidi mosaici.

La nuova cattedrale
Nel 1734 l’arcivescovo Niccolò Maffeo Farsetti decise di far costruire una nuova cattedrale, in sostituzione della primitiva ormai cadentee affidò l’incarico all’architetto duomo-antico-abside-mosaicatoriminese Giovan Francesco Buonamici. Nella nuova fabbrica si dovevano inglobare l’abside con i mosaici medievali e le due cappelle laterali dedicate al Santissimo Sacramento e alla Madonna del Sudore costruite nel secolo precedente. Purtroppo l’abside crollò e i lacerti musivi salvati – fra i quali spicca la Vergine Orante – entrarono a far parte del primo nucleo del Museo del palazzo Arcivescovile fondato dallo stesso Farsetti. L’architetto Buonamici costruì un edificio completamente nuovo, preservando solo quel poco che era rimasto dell’ antica Ursiana come la cripta (ancora oggi inagibile per l’acqua di falda) e la torre campanaria edificata con laterizi di reimpiego. Essa è alta m. 35.17 e presenta diverse fasi costruttive con le caratteristiche aperture: monofore, bifore e trifore. L’ultimo piano (cella campanaria) è stato rifatto dopo un incendio nel 1658.

L’esterno
L’ attuale cattedrale è preceduta da un fastoso portico di ordine dorico, dove l’arco centrale si imposta su due colonne di granito rosa provenienti dalla navata centrale della basilica Ursiana. L’arcivescovo Antonio Cantoni incaricò l’architetto faentino Giuseppe Pistocchi del progetto relativo alla cupola ellittica, terminata nel 1781. Essa sostituì quella ottagonale, opera del Buonamici. E’ alta m. 47.40.

L’interno
La chiesa – all’interno ampia e luminosa – presenta un impianto a croce latina con tre navate sorrette da pilastri scanalati di ordine corinzio e da colonne di marmo con capitello ornato (reimpiegate sempre dalla basilica Ursiana).
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Navata destra: le principali cappelle
Nella navata destra si segnala: La cappella detta del Crocifisso: dove un sarcofago della prima metà del V secolo proveniente dalla distrutta chiesa di Sant’Agnese (situata nell’odierna piazza Kennedy) funge da mensa d’altare. Nel fronte è scolpito Cristo che con gesto oratorio consegna il rotolo della Legge ai Principi degli Apostoli, i SS. Pietro e Paolo acclamanti che reggono rispettivamente la croce e il libro. Ai lati due palme dattifere simbolo di vittoria cristiana e di martirio. All’interno dell’urna sono custodite le spoglie dell’arcivescovo Esuperanzio e Massimiano, provenienti queste ultime dalla demolita chiesa di Sant’Andrea Maggiore.

L’ambone dell’arcivescovo Agnelloambone-duomo
Sotto il terzo arco della navata destra è collocato l’ambone dell’arcivescovo Agnello (557-570), come recita la relativa epigrafe dedicatoria incisa sul bordo del parapetto. La scultura, della seconda metà del VI secolo, presenta la caratteristica forma a pyrgos (a torre). Mancano però le scale d’accesso originali. L’ambone è decorato da 36 riquadri all’interno dei quali sono scolpiti animali simbolici: colombe, pavoni, pesci, cervi, anatre e agnelli. Tali figurazioni simboleggiano la gioia del creato nel Paradiso. I rilievi sono appena accennati e privi di tridimensionalità, seguendo il tipico gusto dell’arte bizantina del periodo.

La cappella della Madonna del Sudore
E’ situata nel braccio destro del transetto. Essa fu costruita, a partire dal 1630, in seguito al voto cittadino che risparmiò Ravenna dalla famosa peste che si propagò in gran parte d’Italia. La cappella fu consacrata nel 1659. Intorno al 1759 essa fu arricchita dall’altare disegnato dal ravennate Domenico Cappella Madonna del Sudore_Duomo RavennaBarbiani e in alto da una gloria di Angeli in marmo di Carrara scolpiti dal romano Pietro Bracci nel 1752 che disegnò anche il relativo tabernacolo. Esso custodisce la tavoletta dipinta con la Madonna con Bambino, attribuita dalla critica d’arte alla scuola giottesca – riminese del Trecento. L’affresco della cupola, che raffigura La Vergine in Gloria fra un coro d’Angeli, è una notevole opera di Giovanbattista Barbiani (1656). Mentre I Quattro Evangelisti dei pennacchi sono stati dipinti nel 1758 da Andrea Barbiani. Gli stucchi sono stati realizzati da Pietro Martinetti. Madonna del sudoreNelle nicchie laterali della cappella sono stati posti due monumentali sarcofagi che poggiano su zampe di leone. Quello a sinistra, entrando, è verosimilmente della prima metà del V secolo d. C. (420-430). Esso fu riutilizzato per accogliere le spoglie dell’arcivescovo Rinaldo da Concorezzo, vissuto all’epoca di Dante Alighieri a Ravenna. Difatti Rinaldo morì venticinque giorni prima del Sommo Poeta: il 18 agosto 1321. Nella fronte il sarcofago presenta Cristo seduto su un trono con il Libro aperto, come nella scena del Giudizio di Dio. Inoltre il Redentore è posto su una roccia da dove sgorgano i quattro Fiumi del Paradiso (Phison, Geon, Tigri ed Eufrate). Ai lati di quest’ultimo sono scolpiti i SS. Pietro (con la croce sulle spalle) e Paolo, i quali, con le mani velate, offrono la corona d’alloro di martirio e vittoria. La scena si chiude con due palme dattifere. Le nubi stilizzate, che partono dal nimbo monogrammato di Cristo, conferiscono alla scena un delicato tocco naturalistico. Il coperchio a baule è decorato con foglie lanceolate. Il sarcofago a destra è detto di San Barbaziano perché dal 1658 custodisce le spoglie del confessore di Galla Placidia. L’arca – della seconda metà del V sec. – proviene dalla distrutta basilica di San Lorenzo in Cesarea. Il fronte del sarcofago è suddiviso in cinque nicchie con terminazione superiore a conchiglia: in quella centrale è scolpito il Redentore, fra i SS. Pietro e Paolo l’uno con la croce e l’altro col libro, mentre due anfore ansate occupano le nicchie estreme. Nei fianchi si trovano raffigurate, sempre dentro nicchie, quattro candelabri a treppiede con ceri accesi. Tale composizione è assai rara nella scultura ravennate. Il coperchio – pure questo a baule – è decorato ai lati da croci gemmate di raffinata esecuzione, con al centro una corona di fiori che racchiude il monogramma cristologico.

Ambulacro destro
Qui si trova la cappella di Sant’Ursicino. L’altare è stato eretto nel 1821. In alto è collocata una pregevole tela con il Martirio di Sant’Ursicino, opera del pittore cattolichino Cesare Pronti (1626-1708), molto attivo a Ravenna. Dalla parte opposta della cappella, nel muro che fiancheggia il presbiterio, si può leggere un’epigrafe sepolcrale in latino del padre veronese Antonio Cesari (1760-1828) per merito del quale si deve la riedizione del Vocabolario della Crusca, che egli arricchì di numerose voci.

La cappella absidale
L’altare maggiore è formato da pregevoli marmi (verde antico, alabastro cotognino, bianco e nero orientale). Fu fatto costruire dall’arcivescovo Ferdinando Romualdo Guiccioli nel 1760. Ignoto l’artista che l’ha disegnato, secondo alcuni studiosi potrebbe trattarsi di Giuseppe Antonio Soratini. I bronzi dorati sono del vicentino Bartolomeo Borroni. Nell’abside sono collocati quattro dipinti d’altare dei più rinomati pittori del XVIII-XIX secolo. Le tele narrano momenti salienti della chiesa ravennate. Da destra a sinistra:
Sant’Orso consacra la basilica da lui costruita, del romano Vincenzo Camuccini (1771-1844);
San Pier Crisologo moribondo presso l’altare di San Cassiano a Imola, dell’aretino Pietro Benvenuti (1769-1844);
Sant’Apollinare fa precipitare il tempio di Apollo, del senese Giuseppe Collignon (1778-1863);
San Severo scende al sepolcro della moglie, del romano Giuseppe Gioacchino Serangeli (1768-1852);
Inoltre al centro dell’abside è collocata la tela con la Resurrezione di Cristo (al quale è dedicata la chiesa cattedrale), realizzata da anonimo pittore romano del XVIII sec.
La cattedra episcopale in legno di noce, posta al centro del coro, è stata intagliata dallo scultore cesenate Ilario Fioravanti (1922-2012). L’ambone – posto nel bordo anteriore destro del presbiterio – è stato disegnato dall’architetto ravennate Diego Rinaldini. Esso è composto da una struttura di sostegno in acciaio inox, frontalmente rivestito con un lacerto di mosaico pavimentale del III sec. d. C. raffigurante il nodo di Mosè, simbolo dell’Alleanza con Dio. A sinistra del presbiterio è esposto un antico Crocifisso del XIII sec. ritenuto miracoloso. Durante il Sacco di Ravenna del 1512, contemporaneamente alla Madonna del Sudore, la statua avrebbe grondato sangue e ritratto i piedi per salvarsi dalle fiamme appiccate dai soldati francesi e ferraresi. In origine l’opera era conservata in una cappella laterale della chiesa di San Domenico. Il Crocifisso presenta la singolare forma a “Y”. E’ in legno cavo ingessato, telato e dipinto.

La cappella del Santissimo Sacramento91-duomo-15
Si trova nel braccio sinistro del transetto. Essa fu disegnata nel 1612 da Carlo Maderno su commissione dell’arcivescovo Pietro Aldobrandini. Quest’ultimo nel 1614 chiamò a decorarla il famoso pittore bolognese Guido Reni che pertanto si trasferì a Ravenna con i suoi allievi: Francesco Gessi, Giovanni Giacomo Sementi e Bartolomeo Marescotti. Tale impresa pittorica fu terminata nel 1621. Fra due colonne di paonazzetto è collocata la pala d’altare realizzata da Guido Reni (forse con Francesco Gessi) che raffigura: Mosè e la raccolta della Manna. Di Reni e Gessi è da ascriversi la cupola affrescata con il Redentore e gli Arcangeli in Gloria. Sempre di Reni e Gessi è la lunetta sopra l’altare con Melchisedech che benedice Abramo e le sue genti vittoriose. Giovanni Giacomo Sementi concluse il ciclo dipingendo i Profeti nei quattro pennacchi, le Virtù e coppie di angioletti con i simboli eucaristici nei sottarchi; ed infine gli otto Santi raffigurati nei pilastri.
In fondo alla navata sinistra si trova appesa la lunetta con Elia, cui l’Angelo porta, nel deserto, pane e vino. In origine il dipinto faceva parte dell’arco d’ingresso della cappella. Gli ultimi restauri della fine del secolo scorso hanno riconosciuto nella tela la completa autografia di Guido Reni.

Navata sinistra: le principali cappelle
Proseguendo nella navata sinistra si ricorda anche:
la cappella con la pala d’altare, fra due colonne d’occhio di pavone, con San Pietro manda Sant’Apollinare a Ravenna affinché la converta al Cristianesimo, opera di notevole fattura del forlivese Filippo Pasquali (1651-1697);
la cappella vicino all’ingresso principale fu costruita nel 1818. Fra due colonne di verdaglio è esposta la pregevole tela del pittore francese Jean-Baptiste Wicar (1762 – 1834) che raffigura Gesù fra i SS. Antonio e Giacomo. Sullo sfondo si riconosce una suggestiva veduta di Ravenna.

Monumenti funerari
Ai primi due pilastri della navata sinistra sono addossati due monumenti funerari.
Il primo è un cenotafio dedicato all’arcivescovo Ferdinando Romualdo Guiccioli (1745-1763), monaco camaldolese che portò a termine la fabbrica dell’attuale cattedrale nel 1745. Il complesso scultoreo è stato disegnato dal bolognese Ignazio Sarti e terminato dal figlio Ferdinando Martelli Sarti (1857). In alto si trova un angelo di considerevole maestria che simboleggia la virtù cristiana. Nel basamento si trova un accurato e minuzioso altorilievo che illustra la scena in cui l’architetto Buonamici presenta il modellino del portico della cattedrale all’arcivescovo Guiccioli. A sinistra del basamento lo scultore ha addirittura immortalato una processione dove si riconosce la croce argentea dell’arcivescovo Agnello, conservata nel museo Arcivescovile. Il secondo monumento è dedicato all’arcivescovo Antonio Codronchi (1785-1826). La struttura architettonica è stata realizzata da Cristoforo Michelini; mentre le due statue sono state eseguite nel 1826 dal ravennate Gaetano Monti. Il medaglione centrale è opera dell’imolese Cincinnato Baruzzi.

Il Coretto d’Inverno
In fondo alla navata sinistra, dopo la Cappella del Santissimo Sacramento, si accede al Coretto d’Inverno, costruito nel 1852. Sull’altare è posto un quadro dell’ambito di Giovanni Barbiani con La Madonna, Sant’Orso e San Rinaldo nel quale, oltre alla balaustrata, appare un singolare panorama di monti e torri. Sopra il dipinto c’è anche esposta una piccola tela ovale raffigurante San Gregorio Magno. Sempre nel coretto sono appese tre lunette dipinte dal pittore ferrarese Carlo Bonone (1569-1632) con La Maddalena in casa del Fariseo, Il convito di Esther e Il Trionfo di Mardocheo.

Ambulacro sinistro
Nel corridoio delle sacrestie, verso l’ingresso laterale che porta al palazzo Arcivescovile, è posto un considerevole altorilievo in marmo dov’ è rappresentato l’evangelista San Marco assiso in cattedra, nel suo studio. Ai suoi piedi compare il relativo simbolo: il leone. L’opera, attribuita dallo studioso ravennate Corrado Ricci a Matteo da Ragusa e a Giovanni Antonio da Milano, è stata recentemente assegnata al grande scultore rinascimentale Tullio Lombardo. In origine il rilievo era la pala marmorea sull’altare maggiore della chiesa di San Marco in piazza del Popolo (attuale palazzo della Torre con l’Orologio). Come recita l’iscrizione latina in basso, il lavoro è stato commissionato dal podestà veneziano Marco Bragadin nel 1491. La scultura fu collocata in duomo nel 1837. Fino al 2010 il rilievo si trovava in fondo alla navata destra, nell’ambulacro. Sopra l’ingresso laterale è pure posta una grande pala d’altare del pittore bolognese Gaetano Gandolfi (1734-1802) con La Madonna, San Domenico e un Arcangelo che abbatte gli eretici. Il dipinto proviene dalla chiesa di San Domenico.

La Cripta degli arcivescovi
Gli ultimi restauri del complesso della cattedrale, terminati nel 2014, hanno interessato l’allestimento di uno spazio funerario e di preghiera dietro l’abside: la Cripta degli arcivescovi. All’interno delle persistenze e delle stratificazioni archeologiche dell’antico episcopio hanno trovato collocazione i sepolcri degli ultimi arcivescovi ravennati fra l’ultimo secolo e i primi del nostro: quelle di Ersilio Tonini (1975-1990) e di Luigi Amaducci (1990-2000). Infine in un piccolo ambiente vicino all’ambulacro d’ingresso è stata recentemente posta la tomba di monsignor Guido Marchetti – scomparso nel 2015 – parroco della cattedrale e direttore dell’Opera di Religione.

Filippo Treré
Opera di Religione della Diocesi di Ravenna