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Basilica di San Vitale2019-04-11T16:48:48+00:00

Presentazione

Se vi trovate a passeggiare per la via Cavour non dimenticate di voltare per la via Argentario, in direzione di San Vitale: attenzione, siete di fronte ad uno dei più celebrati monumenti bizantini al mondo! Nel percorrere il vialetto che conduce all’entrata, il vostro cuore potrebbe cominciare a battere un po’ più veloce, il respiro un po’ a mancare e le mani un po’ a sudare: tutto normale. Che non si pensi che entrare in San Vitale sia come entrare in una stupenda chiesa e basta. Che non si pensi che San Vitale è un monumento UNESCO e basta. Che non si pensi che San Vitale è famosa in tutto il mondo perché Ravenna ha un po’ esagerato con la promozione turistica. No: entrare in San Vitale è una specie di esperienza mistica alla portata di tutti. San Vitale non si visita, si esperisce: San Vitale si respira; San Vitale si vede; San Vitale si ascolta. San Vitale ti inebria, ti avvolge e ti culla. Uscire da San Vitale non è uscire da una chiesa, è come essere strappati da un grembo materno: occorre chiudere gli occhi, perché la luce acceca (anche se il sole non c’è), le voci assordano (anche se la gente non c’è), il mondo spinge e urta. Al varcare la soglia di San Vitale di nuovo verso l’esterno, ci si sente ristorati nell’anima, consapevoli di essere appena usciti da un luogo unico al mondo.

L’oro, Bisanzio e Gustav Klimt

Non è un caso se Gustav Klimt, dopo la sua duplice visita a Ravenna del 1903, diede inizio a quel periodo della sua pittura chiamato aureo: lo fece dopo avere ammirato l’oro neoplatonico dei nostri mosaici; di quell’oro, egli trattenne la forma e abbandonò il contenuto (teologico), trasformando le iconografie sacre in arabeschi secessionisti.
Senz’altro, Klimt non mancò di visitare la basilica di San Vitale, che si erge, maestosa e nascosta al tempo stesso, in prossimità dell’odierna via Cavour, nel cuore del centro storico; conosciuta in tutto il mondo, la chiesa è un tesoro UNESCO e quello che, in città, registra il più alto numero di presenze giornaliere.

Un po’ di storia

Voluta dal vescovo Ecclesio al ritorno da un viaggio a Costantinopoli nel 525 e finanziata da Giuliano Argentario, la basilica fu edificata su un sacello del V secolo (intitolato a san Vitale) e consacrata nel 547 dal vescovo Massimiano, committente delle decorazioni interne.

Voce del verbo «offrire»

La decorazione musiva si concentra nella zona del presbiterio e nel coro, a cui si accede attraverso un alto arco trionfale, all’interno del quale si trovano clipei musivi del Redentore (alla sommità), dei dodici Apostoli e dei santi Gervasio e Protasio (presunti figli di san Vitale).
Attorno alla mensa, lungo le pareti, si fronteggiano scene veterotestamentarie simbolicamente evocanti il pane-corpo di Cristo e il tema del sacrificio: da un lato, l’ospitalità data da Abramo ai tre angeli (seduti alla tavola sotto la grande quercia di Mambre), che annunciano a lui e alla moglie Sara l’arrivo di un figlio e, di seguito, il sacrificio di quello stesso figlio, Isacco; dall’altro, specularmente, il sacrificio di Abele e Melchisedec.
Anche l’imperatrice Teodora (avvolta in un damasco impreziosito da gemme e madreperle) e l’imperatore Giustiniano, con le loro rispettive offerte (oblatio Augusti et Augustae), partecipano al banchetto santo: le effigi dei due regnanti (che, a proposito, mai visitarono Ravenna!), recanti in mano rispettivamente un calice d’oro e una patera, concorrono a rendere corale e quasi curtense il momento dell’Eucarestia in San Vitale, laddove entrambi vengono effigiati al centro del loro seguito, tra dignitari di corte ed ancelle. L’offerta terrena fa dunque da contraltare a quella eucaristica.

L’Imperatore e l’Agnello

Il vertice escatologico è però rappresentato dall’Agnus Dei che campeggia alla sommità della volta a crociera (allo zenith del punto in cui l’ostia viene elevata), a guisa di coronamento mistico del sacrificio che si consuma sulla mensa.
La Teofania (apparizione del divino) del catino absidale rappresenta il fulcro cultuale e dogmatico dell’intero programma iconografico, laddove un Cristo-Imperatore imberbe (secondo l’uso orientale), abbigliato di porpora e oro (colori imperiali bizantini) e incorniciato dal nimbo crucisignato è assiso sul globo celeste e reca in mano il rotulo della legge e la corona del martirio, che porge a san Vitale; il santo titolare (miles Christi qui riconoscibile dalla clamide) viene colto nell’atto di ricevere la corona con deferenza (mani velate). A chiudere la scena, unitamente ai due arcangeli Michele e Gabriele, si scorge Ecclesio, che offre il modello del tempio, da lui stesso voluto.

Ravenna, i pinaroli e l’Oriente

Accanto alle scene di carattere narrativo o dogmatico, il visitatore resterà abbagliato dalla ricchezza dei dettagli zoomorfi e fitomorfi, di origine orientale e legati alla tradizione ellenistico-romana per la loro resa naturalistica, eppure anche strettamente correlati all’ambiente autoctono: ecco che allora, accanto ai simboli frequenti nella cristianità orientale come il pavone (Resurrezione), sarà possibile scorgere volatili e arbusti presenti nelle pinete e valli del ravennate, cosicché parrà quasi di rileggere in chiave bizantina l’ambientazione delle storie raccontate dal concittadino Pietro Guberti nel suo I Pinaroli (Longo Editore, 1982).

Non è un caso se Gustav Klimt, dopo la sua duplice visita a Ravenna del 1903, diede inizio a quel periodo della sua pittura chiamato aureo: lo fece dopo avere ammirato l’oro neoplatonico dei nostri mosaici; di quell’oro, egli trattenne la forma e abbandonò il contenuto (teologico), trasformando le iconografie sacre in arabeschi secessionisti.

Senz’altro, Klimt non mancò di visitare la basilica di San Vitale, che si erge, maestosa e nascosta al tempo stesso, in prossimità dell’odierna via Cavour, nel cuore del centro storico; conosciuta in tutto il mondo, la chiesa è un tesoro UNESCO e quello che, in città, registra il più alto numero di presenze giornaliere.

Voluta dal vescovo Ecclesio al ritorno da un viaggio a Costantinopoli nel 525 e finanziata da Giuliano Argentario, la basilica fu edificata su un sacello del V secolo (intitolato a san Vitale) e consacrata nel 547 dal vescovo Massimiano, committente delle decorazioni interne.

La decorazione musiva si concentra nella zona del presbiterio e nel coro, a cui si accede attraverso un alto arco trionfale, all’interno del quale si trovano clipei musivi del Redentore (alla sommità), dei dodici Apostoli e dei santi Gervasio e Protasio (presunti figli di san Vitale).

Attorno alla mensa, lungo le pareti, si fronteggiano scene veterotestamentarie simbolicamente evocanti il pane-corpo di Cristo e il tema del sacrificio: da un lato, l’ospitalità data da Abramo ai tre angeli (seduti alla tavola sotto la grande quercia di Mambre), che annunciano a lui e alla moglie Sara l’arrivo di un figlio e, di seguito, il sacrificio di quello stesso figlio, Isacco; dall’altro, specularmente, il sacrificio di Abele e Melchisedec.

Anche l’imperatrice Teodora (avvolta in un damasco impreziosito da gemme e madreperle) e l’imperatore Giustiniano, con le loro rispettive offerte (oblatio Augusti et Augustae), partecipano al banchetto santo: le effigi dei due regnanti (che, a proposito, mai visitarono Ravenna!), recanti in mano rispettivamente un calice d’oro e una patera, concorrono a rendere corale e quasi curtense il momento dell’Eucarestia in San Vitale, laddove entrambi vengono effigiati al centro del loro seguito, tra dignitari di corte ed ancelle. L’offerta terrena fa dunque da contraltare a quella eucaristica.

Il vertice escatologico è però rappresentato dall’Agnus Dei che campeggia alla sommità della volta a crociera (allo zenith del punto in cui l’ostia viene elevata), a guisa di coronamento mistico del sacrificio che si consuma sulla mensa.

La Teofania (apparizione del divino) del catino absidale rappresenta il fulcro cultuale e dogmatico dell’intero programma iconografico, laddove un Cristo-Imperatore imberbe (secondo l’uso orientale), abbigliato di porpora e oro (colori imperiali bizantini) e incorniciato dal nimbo crucisignato è assiso sul globo celeste e reca in mano il rotulo della legge e la corona del martirio, che porge a san Vitale; il santo titolare (miles Christi qui riconoscibile dalla clamide) viene colto nell’atto di ricevere la corona con deferenza (mani velate). A chiudere la scena, unitamente ai due arcangeli Michele e Gabriele, si scorge Ecclesio, che offre il modello del tempio, da lui stesso voluto.

Accanto alle scene di carattere narrativo o dogmatico, il visitatore resterà abbagliato dalla ricchezza dei dettagli zoomorfi e fitomorfi, di origine orientale e legati alla tradizione ellenistico-romana per la loro resa naturalistica, eppure anche strettamente correlati all’ambiente autoctono: ecco che allora, accanto ai simboli frequenti nella cristianità  orientale come il pavone (Resurrezione), sarà possibile scorgere volatili e arbusti presenti nelle pinete e valli del ravennate, cosicché parrà quasi di rileggere in chiave bizantina l’ambientazione delle storie raccontate dal concittadino Pietro Guberti nel suo I Pinaroli (Longo Editore, 1982).

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