Loading...
Basilica di Sant’Apollinare Nuovo2019-04-11T16:48:58+00:00

Presentazione

Di certo il visitatore non si aspetta di trovare tanta magnificenza in un’unica città. O in una basilica come questa, che all’aspetto esterno appare così semplice, discreta (pure arretrata rispetto alla strada, quasi per timidezza o eccessiva ritrosia avesse voluto fare un passo indietro). Eppure è così: Sant’Apollinare Nuovo si nasconde, arretra, si schermisce dietro un’aiuola, ma a chi la saprà trovare (quante volte i turisti chiedono ai ravennati dove è ubicata!) rivelerà un tesoro unico al mondo, a chi varcherà la sua soglia mostrerà la sua vera anima, quella di scrigno che racchiude preziose gemme e oro.

Un gioiello unico al mondo

La basilica di Sant’Apollinare Nuovo si trova nel cuore del centro storico di Ravenna; da non confondere con Sant’Apollinare in Classe, è situata sulla via di Roma ed è uno dei monumenti prediletti dal turista. Attraverso l’adiacente chiostro si giunge ad ammirare un gioiello unico al mondo. Nonostante la perdita dei mosaici dell’abside (distrutti tra VIIe VIII secolo), oggi il visitatore che varca la soglia di Sant’Apollinare Nuovo rimane senza respiro: le pareti laterali sono interamente coperte di tessere sfavillanti, disposte ad inclinazione diversa l’una dall’altra, per rendere la luce vibrante.

Un po’ di storia

Fu eretta da Teodorico, re dei Goti, tra il 493 e il 526, quale basilica palatina. Nonostante l’origine cultuale ariana, la decorazione musiva interna testimonia due fasi esecutive:attorno al 561, dopo la cacciata dei Goti dalla città,la chiesa fu convertita all’ortodossia cattolica (Editto di Giustiniano) e intitolata al vescovo di Tours, divenendo San Martino «in Ciel d’oro» (per lo splendore del suo soffitto a cassettoni dorati). Da qui, la damnatio memoriae di alcuni personaggi della corte teodoriciana, abrasi dal Palatium che li incorniciava per essere sostituiti da tende; ancora oggi questa rimozione è testimoniata da alcuni lacerti musivi (resti di mani). La basilica acquisì il titolo di «Sant’Apollinare» solo a metà del secolo IX, allorché le reliquie del protovescovo furono qui traslate dall’omonimo tempio di Classe, non più sicuro a causa delle frequenti incursioni dei pirati; proprio per distinguersi dalla basilica suburbana, quella cittadina fu allora detta «Nuovo».

Auree litanie

Nella fascia musiva superiore troviamo momenti della vita di Cristo, alternati ad umbracoli decorativi, regale coronamento dei profeti sottostanti; le scene della parete sinistra rappresentano tredici parabole o miracoli, mentre quelle che si dipanano sulla parete opposta raffigurano episodi legati alla Passione o ad avvenimenti occorsi dopo la morte del Figlio. Il Salvatore è sempre caratterizzato dal pallio imperiale color porpora e oro, e dal nimbo crucisignato; ma la figura di Cristo è anche perfettamente riconoscibile grazie alla cosiddetta «prospettiva ideologica», secondo i cui canoni (che tanta fortuna hanno avuto dalla tarda-antichità al Medioevo) la dimensione dei personaggi era direttamente proporzionale alla loro sacralità.
Mentre nelle scene della parete sinistra osserviamo un Cristo-puer, giovane e imberbe, nelle scene di destra l’azione si drammatizza e il Cristo viene rappresentato sempre barbato, simbolo di maturità e sofferenza umana; se l’iconografia del Cristo giovane è di origine orientale, la presenza della barba nelle scene di Passione nasce dalla cultura occidentale, laddove i Romani nelle ore del dolore usavano lasciarsi crescere la barba, in segno di lutto.
Ma è la fascia inferiore quella che più ci colpisce, a partire dalle due sfarzose immagini della civitas Classis (rappresentata secondo lo schema già romano, detto «a volo d’uccello») e del Palatium, per continuare con le due processioni (realizzate dopo il 561) di martiri e vergini, che si fronteggiano cadenzate nella loro disposizione paratattica, silhouettes bidimensionali e scarnificate, a simboleggiare il loro essere soprattutto spirito; i volti dei santi e delle sante, privi di attributi iconografici caratterizzanti, sono rappresentati secondo quella tipica isotipia bizantina, che sarà tanto cara anche ad artisti moderni, come il pittore quattrocentesco Piero della Francesca. Le due teorie di martiri e vergini avanzano con un incedere cantilenante e ritmico, quasi musicale; si dirigono verso un Cristo assiso in trono e, sul lato opposto, una Vergine Theotókos (Madre di Dio), sempre in Maestà, di fronte alla quale i tre re Magi si inginocchiano nel rituale della proskynesis, tipico delle corti bizantine e normalmente riservato agli imperatori.

La basilica di Sant’Apollinare Nuovo si trova nel cuore del centro storico di Ravenna; da non confondere con Sant’Apollinare in Classe, è situata sulla via di Roma ed è uno dei monumenti prediletti dal turista. Attraverso l’adiacente chiostro si giunge ad ammirare un gioiello unico al mondo. Nonostante la perdita dei mosaici dell’abside (distrutti tra VIIe VIII secolo), oggi il visitatore che varca la soglia di Sant’Apollinare Nuovo rimane senza respiro: le pareti laterali sono interamente coperte di tessere sfavillanti, disposte ad inclinazione diversa l’una dall’altra, per rendere la luce vibrante.

Fu eretta da Teodorico, re dei Goti, tra il 493 e il 526, quale basilica palatina. Nonostante l’origine cultuale ariana, la decorazione musiva interna testimonia due fasi esecutive:attorno al 561, dopo la cacciata dei Goti dalla città,la chiesa fu convertita all’ortodossia cattolica (Editto di Giustiniano) e intitolata al vescovo di Tours, divenendo San Martino «in Ciel d’oro» (per lo splendore del suo soffitto a cassettoni dorati). Da qui, la damnatio memoriae di alcuni personaggi della corte teodoriciana, abrasi dal Palatium che li incorniciava per essere sostituiti da tende; ancora oggi questa rimozione è testimoniata da alcuni lacerti musivi (resti di mani). La basilica acquisì il titolo di «Sant’Apollinare» solo a metà del secolo IX, allorché le reliquie del protovescovo furono qui traslate dall’omonimo tempio di Classe, non più sicuro a causa delle frequenti incursioni dei pirati; proprio per distinguersi dalla basilica suburbana, quella cittadina fu allora detta «Nuovo».

Nella fascia musiva superiore troviamo momenti della vita di Cristo, alternati ad umbracoli decorativi, regale coronamento dei profeti sottostanti; le scene della parete sinistra rappresentano tredici parabole o miracoli, mentre quelle che si dipanano sulla parete opposta raffigurano episodi legati alla Passione o ad avvenimenti occorsi dopo la morte del Figlio. Il Salvatore è sempre caratterizzato dal pallio imperiale color porpora e oro, e dal nimbo crucisignato; ma la figura di Cristo è anche perfettamente riconoscibile grazie alla cosiddetta «prospettiva ideologica», secondo i cui canoni (che tanta fortuna hanno avuto dalla tarda-antichità al Medioevo) la dimensione dei personaggi era direttamente proporzionale alla loro sacralità.
Mentre nelle scene della parete sinistra osserviamo un Cristo-puer, giovane e imberbe, nelle scene di destra l’azione si drammatizza e il Cristo viene rappresentato sempre barbato, simbolo di maturità e sofferenza umana; se l’iconografia del Cristo giovane è di origine orientale, la presenza della barba nelle scene di Passione nasce dalla cultura occidentale, laddove i Romani nelle ore del dolore usavano lasciarsi crescere la barba, in segno di lutto.
Ma è la fascia inferiore quella che più ci colpisce, a partire dalle due sfarzose immagini della civitas Classis (rappresentata secondo lo schema già romano, detto «a volo d’uccello») e del Palatium, per continuare con le due processioni (realizzate dopo il 561) di martiri e vergini, che si fronteggiano cadenzate nella loro disposizione paratattica, silhouettes bidimensionali e scarnificate, a simboleggiare il loro essere soprattutto spirito; i volti dei santi e delle sante, privi di attributi iconografici caratterizzanti, sono rappresentati secondo quella tipica isotipia bizantina, che sarà tanto cara anche ad artisti moderni, come il pittore quattrocentesco Piero della Francesca. Le due teorie di martiri e vergini avanzano con un incedere cantilenante e ritmico, quasi musicale; si dirigono verso un Cristo assiso in trono e, sul lato opposto, una Vergine Theotókos (Madre di Dio), sempre in Maestà, di fronte alla quale i tre re Magi si inginocchiano nel rituale della proskynesis, tipico delle corti bizantine e normalmente riservato agli imperatori.

Gallery

Ravenna da scoprire tra religione, storia, cultura

Vai alla galleria completa

Visita tutti i monumenti

error: Content is protected !!