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Cappella di Sant’Andrea e Museo Arcivescovile2019-04-11T16:48:48+00:00

Presentazione

Nell’uscire dal grazioso giardino del Battistero degli Ortodossi, non dimenticate di svoltare a destra e di percorrere il monumentale scalone che noterete subito, di fianco al bookshop. Non immaginerete che cosa vi aspetta: una preziosa matrioska di Bellezza. Il Bello nel Bello.
Che cosa aspettate a salire?

Una matrioska di Bellezza

Una visita ai monumenti UNESCO di Ravenna non potrà dirsi completa senza avere visitato la piccola cappella di Sant’Andrea, perla«nascosta» all’interno del Museo Arcivescovile; il sacello rappresenta l’unico esempio di cappella arcivescovile paleocristiana giunta integra sino a noi, oltre ad essere l’unico edificio di culto ortodosso edificato durante l’arianesimo teodoriciano. Il Museo Arcivescovile, disposto su due piani, racchiude opere ascrivibili a più momenti storico-artistici della città, dall’antichità all’epoca «moderna»; la cappella di Sant’Andrea si trova al piano primo del museo.

Un po’ di storia

I mosaici della cappella si ascrivono all’epoca del vescovo Pietro II (494-519), in pieno periodo teodoriciano, all’epoca della coesistenza a Ravenna di due confessioni religiose: quella ariana e quella ortodossa (cattolica). Il sacello divenne parte integrante del museo, allorché nei primi decenni del secolo XVIII il vescovo Maffeo Nicolò Farsetti (1727-1741), dopo aver demolito e ricostruito la basilica Ursiana, decise di raccogliere in un luogo apposito i mosaici, le lapidi, le epigrafi e i capitelli che in essa erano conservati. Oggi, tra i numerosi pezzi di pregio del museo, troviamo la Cattedra eburnea di Massimiano, l’ambone proveniente dalla chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, una statua tardo-antica acefala, clamidata, in porfido (probabilmente raffigurante un imperatore, di incerta identificazione), un calendario pasquale in marmo del VI secolo, la Croce in argento del vescovo Agnello (VI secolo), i mosaici dell’abside dell’antica cattedrale Ursiana, una pianeta del X secolo e alcune pale d’altare di epoca «moderna».

La Chiesa combatte e trionfa

Il vano del vero e proprio oratorio è preceduto da un vestibolo rettangolare coperto da una volta a botte, decorata da un pergolato (mosaico e tempera) e popolato di numerose specie di volatili, alcuni dei quali di sapore esotico, altri appartenenti alla fauna delle vicine valli e pinete: colombe, pernici, anatre, pappagalli, piccoli pavoni, ecc. Come in San Vitale, anche qui i mosaici si caratterizzano per questo perfetto «pattinare» tra la dimensione documentaristica, filologica e naturalistica (in una parola: scientifica) e quella più visionaria, onirica e fantastica, che ripropone e reinterpreta, trasfigurandole, le formule e le cromie di un Oriente lontano e vagheggiato, prezioso e ieratico.
L’iscrizione Aut Lux his nata est aut capta hic libera regnat (O la luce è nata qui, o, fatta prigioniera, qui libera regna) allude probabilmente alla luce neoplatonica e ortodossa al tempo stesso (in contrasto con l’arianesimo), magistralmente rievocata dal fulgore delle tessere musive.
Sulla porta di ingresso al vestibolo campeggia un Cristo-guerriero perfettamente frontale, colto nell’atto di calpestare il leone e il serpente (il Male, rappresentato dall’arianesimo), e vestito con clamide color porpora e corazza; il Salvatore tiene sulla spalla destra una lunga croce, mentre con la sinistra regge la Parola, dove si legge: Ego sum via, veritas et vita. Si tratta dunque, nel complesso di un’allusione all’Ecclesia militans, probabilmente in riferimento all’eresia ariana, che negava la consustanzialità tra Padre e Figlio.
Entrando nella cappella vera e propria, ci si trova invece di fronte ad un diverso programma iconografico, perlopiù incentrato sul concetto di Ecclesia triumphans: il monogramma di Cristo viene infatti rappresentato alla sommità della volta a crociera, ed è sostenuto da quattro angeli-vittorie alate; tra di loro, si riconoscono i simboli dei quattro Evangelisti, recanti ciascuno un codex gemmato. La volta a crociera è sostenuta da quattro archi, nei cui intradossi compaiono le immagini clipeate dei martiri e degli apostoli, al cui centro spicca quella del Cristo giovane e imberbe; anche questo santorale clipeato sottolinea l’ortodossia cattolica del sacello, in quanto gli Ariani non veneravano i santi.
Nel complesso, dunque, tutto il programma decorativo della cappella è proteso alla glorificazione di Cristo-Salvatore e all’affermazione della consustanzialità tra Padre e Figlio, in contrapposizione all’eresia ariana.

Una visita ai monumenti UNESCO di Ravenna non potrà dirsi completa senza avere visitato la piccola cappella di Sant’Andrea, perla«nascosta» all’interno del Museo Arcivescovile; il sacello rappresenta l’unico esempio di cappella arcivescovile paleocristiana giunta integra sino a noi, oltre ad essere l’unico edificio di culto ortodosso edificato durante l’arianesimo teodoriciano. Il Museo Arcivescovile, disposto su due piani, racchiude opere ascrivibili a più momenti storico-artistici della città, dall’antichità all’epoca «moderna»; la cappella di Sant’Andrea si trova al piano primo del museo.

I mosaici della cappella si ascrivono all’epoca del vescovo Pietro II (494-519), in pieno periodo teodoriciano, all’epoca della coesistenza a Ravenna di due confessioni religiose: quella ariana e quella ortodossa (cattolica). Il sacello divenne parte integrante del museo, allorché nei primi decenni del secolo XVIII il vescovo Maffeo Nicolò Farsetti (1727-1741), dopo aver demolito e ricostruito la basilica Ursiana, decise di raccogliere in un luogo apposito i mosaici, le lapidi, le epigrafi e i capitelli che in essa erano conservati. Oggi, tra i numerosi pezzi di pregio del museo, troviamo la Cattedra eburnea di Massimiano, l’ambone proveniente dalla chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, una statua tardo-antica acefala, clamidata, in porfido (probabilmente raffigurante un imperatore, di incerta identificazione), un calendario pasquale in marmo del VI secolo, la Croce in argento del vescovo Agnello (VI secolo), i mosaici dell’abside dell’antica cattedrale Ursiana, una pianeta del X secolo e alcune pale d’altare di epoca «moderna».

Il vano del vero e proprio oratorio è preceduto da un vestibolo rettangolare coperto da una volta a botte, decorata da un pergolato (mosaico e tempera) e popolato di numerose specie di volatili, alcuni dei quali di sapore esotico, altri appartenenti alla fauna delle vicine valli e pinete: colombe, pernici, anatre, pappagalli, piccoli pavoni, ecc. Come in San Vitale, anche qui i mosaici si caratterizzano per questo perfetto «pattinare» tra la dimensione documentaristica, filologica e naturalistica (in una parola: scientifica) e quella più visionaria, onirica e fantastica, che ripropone e reinterpreta, trasfigurandole, le formule e le cromie di un Oriente lontano e vagheggiato, prezioso e ieratico.
L’iscrizione Aut Lux his nata est aut capta hic libera regnat (O la luce è nata qui, o, fatta prigioniera, qui libera regna) allude probabilmente alla luce neoplatonica e ortodossa al tempo stesso (in contrasto con l’arianesimo), magistralmente rievocata dal fulgore delle tessere musive.
Sulla porta di ingresso al vestibolo campeggia un Cristo-guerriero perfettamente frontale, colto nell’atto di calpestare il leone e il serpente (il Male, rappresentato dall’arianesimo), e vestito con clamide color porpora e corazza; il Salvatore tiene sulla spalla destra una lunga croce, mentre con la sinistra regge la Parola, dove si legge: Ego sum via, veritas et vita. Si tratta dunque, nel complesso di un’allusione all’Ecclesia militans, probabilmente in riferimento all’eresia ariana, che negava la consustanzialità tra Padre e Figlio.
Entrando nella cappella vera e propria, ci si trova invece di fronte ad un diverso programma iconografico, perlopiù incentrato sul concetto di Ecclesia triumphans: il monogramma di Cristo viene infatti rappresentato alla sommità della volta a crociera, ed è sostenuto da quattro angeli-vittorie alate; tra di loro, si riconoscono i simboli dei quattro Evangelisti, recanti ciascuno un codex gemmato. La volta a crociera è sostenuta da quattro archi, nei cui intradossi compaiono le immagini clipeate dei martiri e degli apostoli, al cui centro spicca quella del Cristo giovane e imberbe; anche questo santorale clipeato sottolinea l’ortodossia cattolica del sacello, in quanto gli Ariani non veneravano i santi.
Nel complesso, dunque, tutto il programma decorativo della cappella è proteso alla glorificazione di Cristo-Salvatore e all’affermazione della consustanzialità tra Padre e Figlio, in contrapposizione all’eresia ariana.

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