Nel sottarco che introduce il ciclo dei mosaici che riveste la zona presbiteriale della basilica di San Vitale è raffigurato il collegio apostolico con i busti di Cristo e dei santi Gervasio e Protasio, questi ultimi figli del santo titolare della basilica[i]. I personaggi sono inclusi in clipei o medaglioni[ii] sostenuti da un illusionistico piedistallo con una conchiglia al centro e ai lati due delfini dalle code annodate.

La conchiglia, frequente in tutta l’arte ravennate – scultura e stucchi- è un simbolo funerario che allude alla vita eterna dopo la morte. Dall’origine pagana, dove dalla conchiglia nasce Venere, questo simbolo viene rivisitato dal cristianesimo che trasmette alla conchiglia anche il messaggio eucaristico di Resurrezione[iii].

I delfini per alcuni storici dell’arte non presentano uno specifico significato[iv], invece per l’archeologo e religioso francese Xavier Barbier de Montalt tali cetacei rievocano il famoso passo evangelico dove il Redentore è intenzionato a fare degli apostoli “…pescatori di uomini…” (Marco 1, 14-20)[v]. Il motivo iconografico dei delfini è anch’esso molto antico e risale sempre alla tradizione classica[vi]. Già  lo studioso ravennate Corrado Ricci aveva individuato una similitudine fra questi delfini rappresentati nel mosaico di San Vitale con quelli scolpiti nell’altorilievo di epoca romana con il cosiddetto Trono di Nettuno (I sec. a. C. – I sec. d. C.). Tale complesso scultoreo è formato da due frammenti esposti nello stesso presbiterio di San Vitale. In tali rilievi sono scolpiti due troni vuoti attorno ai quali alcuni putti o amorini reggono gli attributi della divinità: la conchiglia e il tridente. Sotto il trono è raffigurato un mostro marino. Lo sfondo è decorato da un repertorio con delfini, tridenti e conchiglie[vii]. Per la sua grande intelligenza il delfino viene considerato l’animale più simile all’uomo. Miti e leggende si sono diffuse dal mondo mediterraneo a quello greco, fino a Roma. Si pensi ad esempio al mito ellenico di Arione (VII sec. a. C.). Costui era figlio di Poseidone e della ninfa Oenia. Maestro nel suono della lira, Arione aveva inventato una forma di lirica corale chiamata ditirambo in onore di Dioniso. Un giorno Arione si imbarcò dalla Sicilia a Corinto con le sue ingenti ricchezze. I marinai della nave, affetti da cupidigia, informarono il malcapitato musicista che sarebbe stato derubato dei suoi averi e gettato in mare. Il povero Arione, dopo aver preso coscienza che non c’era più niente da fare, chiese ai marinai di soddisfare un suo desiderio: suonare e cantare un’ultima volta. I marinai concessero al nostro protagonista questo sollievo prima della morte. Il canto di Arione attirò un branco di delfini: uno di essi prese il nostro protagonista sul dorso e lo portò sano e salvo fino a Corinto. Ecco perché il delfino diventò l’animale salvatore dei naufraghi, dei marinai e venne associato al culto di Apollo. Quest’ultimo gli intitolò il famoso Santuario di Delfi. L’iconografia cristiana, fin dai tempi della pittura nelle catacombe, si impossessò del messaggio che poteva trasmettere questo animale, fornendogli un nuovo significato grazie agli scritti dei padri della chiesa antica. Così il delfino diventa l’anima  del fedele “…che giunge nel porto della Salvezza attraverso le acque marine dell’esistenza…[viii]. Nel caso dei mosaici del sottarco di San Vitale ai delfini che incorniciano gli apostoli viene conferita anche l’investitura della salvezza e simbolo di Cristo stesso[ix].

Il pesce, simbolo anch’esso da far risalire alla pittura cristiana delle origini[x], si ritrova in alcuni dei ventisei pannelli musivi del ciclo cristologico, all’interno della basilica di Sant’Apollinare Nuovo. Questi mosaici decorano la prima fascia della navata centrale. Essi sono stati realizzati durante il regno di Teoderico (493-526)[xi]. Recenti indagini iconologiche e letterarie hanno appurato in questi mosaici sia riferimenti alla natura umana di Cristo cari alla liturgia ariana del clero ostrogoto[xii], sia richiami all’istituzione dell’Eucarestia. Si pensi ai riquadri che raffigurano: la Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci (Matteo 14, 13-21) e L’Ultima Cena. Proprio in questo ultimo episodio, uno dei più antichi esempi attestati nell’arte paleocristiana, gli apostoli sono ritratti con Cristo seduti intorno ad una tavola su cui sono riconoscibili i pani e i pesci (Marco 14, 17-21)[xiii]. Di notevole interesse è l’episodio con La vocazione di Pietro e Andrea. Qui l’artista include la chiamata assieme al momento della pesca miracolosa. Questi eventi sono narrati in: Luca 5, 1-11[xiv]. In tale riquadro, assieme a tutti quelli di questo ciclo con i Miracoli e le Parabole, il mosaicista ha raccontato con perfetta aderenza il racconto evangelico avvalendosi di gustosi particolari naturalistici (acqua, piante e rocce) e della accurata descrizione di animali ripresi dal vero. Proprio nella scena della vocazione di Pietro e Andrea Cristo giovane e imberbe si avvicina ai due discepoli che, pieni di stupore, sono impegnati a tirare su la rete. La barca e la rete stracolma di pesci sono particolari resi dall’artista con vivace realismo [xv]. Lo stesso registro espressivo è mantenuto nelle ricche gradazioni azzurrine dell’acqua in cui si riconosce un tranquillo delfino di color verdino che nuota. L’intera immagine è da interpretare nel contesto di Cristo Risorto che nella sua funzione di Pescatore o Pesce di Dio battezzerà nuovi seguaci nell’acqua salvifica del battesimo. Difatti già nel II-III sec. d. C. San Tertulliano definisce compiutamente il significato cristocentrico del pesce, mentre la comunità cristiana è simboleggiata dai “…pisciculi…” (pesciolini)[xvi]. Nel corso del medioevo, con lo sviluppo del monachesimo, in alternativa alla carne il pesce entra a far parte della dieta dei religiosi in quanto corretto modello di alimentazione per il buon cristiano[xvii].

 

Filippo Trerè

Opera di Religione

della Diocesi di Ravenna

 

 

 

 

[i] G. Montanari, Mosaico, culto, cultura. La cultura religiosa nei mosaici delle basiliche ravennati, Ravenna 2000, pp. 40-41; S. Pasi, Ravenna, San Vitale. Il corteo di Giustiniano e Teodora, Modena 1997, p. 11.

[ii] B. Mazzei, Clipeus, clipei. Istanze simboliche e intenti decorativi nelle arti della Tarda Antichità e dell’Alto Medioevo, in Arti Minori e Arti Maggiori. Relazioni e interazioni tra Tarda Antichità e Alto Medioevo, a c. di F. Bisconti, M. Braconi, M. Sgarlata, Todi 2019, pp. 197-218 (particolarm. p. 211 e nota 37).

[iii] P. Croce Da Villa, Motivi del repertorio simbolico pagano nell’iconografia paleocristiana, in Storia ed esegesi in Rufino di Concordia, II° Convegno internazionale di studi, Concordia Sagittaria, Portogruaro, Sesto al Reghena, 18-20 maggio 1990, Udine 1992, pp. 313-322 (particolarm. pp. 318-319 e nota 18); E. Urech, Dizionario dei simboli cristiani, Roma 1995, p. 63.

 

[iv] R. Farioli, Osservazioni stilistiche sulle “imagines clipeate” in S. Vitale di Ravenna, in “Felix Ravenna”, terza serie, dicembre 1966, fasc. 43 (XCIV), pp. 119-137 (particolarm. pp. 119, 136-137, nota 3).

[v] X. Barbier De Montault, Les mosaïques des églises de Ravenne, in “Revue de l’Art Chrétien”, 1897, p. 96.

[vi] Croce Da Villa, op. cit., pp. 317-318, nota 14.

[vii] C. Ricci, Tavole storiche dei mosaici di Ravenna. XLVI. San Vitale, fasc. VI, Roma 1935, pp. 131, 229; C. Fronzoni, in P. Angiolini Martinelli, a c. di, La Basilica di San Vitale a Ravenna, vol. I, Modena 1997, pp. 196-198, schede n. 359-361.

[viii] F. Cardini, Il delfino, in “Abstracta”, a.1, dicembre 1987, pp. 38-45 (http://www.aispes.net ).

[ix] L. Sotira, Eredità della tradizione classica nei mosaici parietali di V e VI  secolo, in “Intrecci d’arte”, 1 (2012), pp. 3-24 (particolarm. pp. 22-23). Sui mosaici del sottarco di San Vitale si aggiunga: C. Rizzardi, La cristianizzazione dell’Adriatico: il messaggio dei mosaici parietali, in La cristianizzazione dell’Adriatico. Atti della 38° settimana di studi aquileiesi, 3-5 maggio 2007, a c. di G. Cuscito, Trieste 2008, pp. 401-433 (particolarm. pp. 422-424).

[x] J. P. Roux, Animali, in Enciclopedia dell’Arte Medievale (1991), http://www.treccani.it.

[xi] G. Gardini, I riquadri cristologici nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, in Il Vangelo nei mosaici di Ravenna, a c. di mons. Guido Marchetti, Opera di Religione della Diocesi di Ravenna, Ravenna 2014, pp. 13-15.

[xii] E. Penni Iacco, L’arianesimo nei mosaici di Ravenna, Ravenna 2011, pp. 49-62.

[xiii] G. Gardini, Immagini eucaristiche nella basilica di Sant’Apollinare Nuovo, in La bellezza della fede. I quaderni dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Sant’Apollinare di Forli, n. 4 (2015), pp. 109-127.

[xiv] Gardini, I riquadri cristologici, cit., p. 26.

[xv] G. Cortesi, Sant’Apollinare Nuovo in Ravenna, Ravenna 1975, p. 40.

[xvi] G. B. Ladner, Il simbolismo paleocristiano. Dio, cosmo, uomo, prefazione all’edizione italiana di E. Russo, Milano 2008, p. 174. Sull’interpretazione di San Tertulliano: De baptismo, I, Patrologia Latina, col. 1197.

 

[xvii] M. Montanari, Alimentazione e cultura nel Medioevo, Bari 1995, pp. 48-49, 81.