È curioso osservare che l’unico ritratto che si riscontra a Ravenna dell’imperatrice romana d’Occidente Galla Placidia (392 ca.- 450) non si può trovare nei mosaici del suo mausoleo[i]. Dobbiamo rivolgere il nostro sguardo verso il monumentale portale marmoreo che introduce alla basilica di San Giovanni Evangelista[ii]. Il portale, composto di diversi frammenti, molti dei quali di reimpiego, è strettamente legato alla basilica, contenendo nelle sue sculture – dopo la scomparsa dei mosaici absidali – l’unica rappresentazione della figura di Galla Placidia. Difatti la basilica di San Giovanni Evangelista fu edificata intorno al 426 per intenzione della stessa Augusta, come voto al santo protettore dei naviganti, dopo essersi salvata assieme ai suoi figli Valentiniano III e Giusta Grata Onoria da una terribile tempesta in mare mentre era in viaggio da Costantinopoli a Ravenna. Galla si appresta a governare in nome del figlio ancora bambino[iii]. Ella commissiona importanti mosaici absidali che raffiguravano proprio nell’arco trionfale il miracoloso salvataggio compiuto da san Giovanni Evangelista e la genealogia della famiglia imperiale. Tali mosaici andarono distrutti nel 1568[iv].

Nel primo ventennio del secolo XIV la basilica di San Giovanni Evangelista fu restaurata ed in parte ricostruita per iniziativa del signore di Ravenna Lamberto da Polenta[v]. In quell’occasione furono aggiunte anche “…la mirabile porta scolpita nell’antitempio e alcune cappelle a sinistra…” (Ricci)[vi]. Nella cuspide del portale marmoreo sono rappresentati il Redentore, San Giovanni Evangelista, un imperatore (forse Valentiniano III), Galla Placidia con soldati, San Barbaziano con sacerdoti e nei due peducci laterali, l’Arcangelo Gabriele e la Vergine (l’Annunciazione). Infine nella lunetta è raffigurata la celebre leggenda del sandalo, o della Visione di Galla Placidia tra un gruppo di Angeli: nella vigilia della consacrazione della basilica, l’imperatrice, assistita dal suo confessore san Barbaziano, sta vegliando in preghiera dinanzi all’altare; appare improvvisamente san Giovanni Evangelista che va incensando la basilica con il turibolo, e che, prima di scomparire, lascia all’Augusta prostrata un sandalo pontificale come sua reliquia per la consacrazione del tempio. Non si conosce la data precisa dei rifacimenti che rinnovarono la basilica di San Giovanni e che portarono all’erezione del portale. Ma nel testamento di Lamberto, redatto il 18 giugno 1316, si menziona una donazione destinata ai lavori da compiersi nella basilica[vii]. È noto che in età medievale a Ravenna si credeva fermamente, sulla scorta di un controverso passo del protostorico ravennate Andrea Agnello (prima metà del IX sec.)[viii], che Galla Placidia fosse stata sepolta effettivamente a Ravenna. Ella fu in realtà seppellita nel mausoleo della famiglia teodosiana in Santa Petronilla presso l’antica basilica di San Pietro in Roma[ix]. La devozione popolare era talmente sentita verso la sua figura di sovrana cristiana integerrima che era venerata a Ravenna fra XIII e XIV sec. come una santa[x]. Nel 1899 il soprintendente Corrado Ricci trovò all’interno del sarcofago centrale – collocato dentro il mausoleo di Galla Placidia – i resti carbonizzati di un corpo imbalsamato seduto su un seggio in legno di cipresso: era la reliquia creduta dell’Augusta andata bruciata il 3 maggio del 1577 durante una maldestra ricognizione con una candela ad opera di due sprovveduti ragazzi[xi]. Il culto medievale tributato dai ravennati a Galla Placidia sepolta a Ravenna è confermato da Rainaldo da Concorezzo, arcivescovo della città (1303-1321)[xii]. Egli scrisse il Tractatus hedificationis et constructionis ecclesie Sancti Johannis Evangeliste de Ravena (codice 406 conservato nella Biblioteca Classense di Ravenna), poco prima della sua morte nel 1321. Il codice, che presenta altre due versioni anonime dello stesso argomento sempre scritte in latino, raccoglie tre sermoni che narrano le vicende miracolose legate alla fondazione della basilica di San Giovanni Evangelista. L’unico sermone databile è proprio il terzo, scritto dall’arcivescovo  Rainaldo. Il codice proviene dal monastero benedettino di San Giovanni Evangelista[xiii]. Inoltre ci sono innegabili affinità stilistiche ed iconografiche fra le miniature del codice e i rilievi del portale. Citiamo almeno un confronto: nell’iniziale miniata che si trova nella c.1v si riscontra lo stesso soggetto della lunetta del portale di San Giovanni Evangelista, vale a dire la menzionata apparizione di san Giovanni a Galla Placidia e a san Barbaziano. Se il codice è databile dalla studiosa Tiziana Franco, fra gli anni 1330-1340, illustrato da anonimo miniatore bolognese[xiv], il portale potrebbe essere di poco successivo. Nei rilievi, alcuni passaggi di concitata narrazione, riecheggiano ad esempio il monumento funerario del dottore bolognese Giovanni d’Andrea (morto nel 1348), conservato nel museo civico Medievale di Bologna e attribuito allo scultore veneziano Jacopo Lanfrani[xv]. Forse non è un caso supporre  che il portale di San Giovanni Evangelista sia stato completato per volere del nuovo arcivescovo di Ravenna succeduto a Rainaldo: il francese Aimerico di Châtelus (1322-1332)[xvi]. Aimerico, seguendo la prassi dei suoi predecessori, governava direttamente i monasteri ravennati come quello di San Giovanni Evangelista[xvii] .Nel 1326 Aimerico, presule mandato a reggere la chiesa cittadina dal papato avignonese incarnato da Giovanni XXII, diede inizio in cattedrale al processo di beatificazione dello stesso Rainaldo da Concorrezzo a ragione dei suoi numerosi miracoli e indiscussi meriti pastorali riconosciuti dal popolo[xviii]. Anche se lo stesso arcivescovo Rainaldo si era inimicato sia il pontefice Clemente V, sia il re di Francia Filippo IV il Bello, allorquando nel 1311 rifiutò la prova della tortura nella confessione di un presunto colpevole durante la sessione ravennate del famoso processo contro i templari. Rainaldo portò addirittura l’esito del processo ad una completa assoluzione di tutti gli imputati[xix]. Perciò il portale marmoreo di San Giovanni Evangelista assunse forse un significato commemorativo, anzi votivo nei confronti di un arcivescovo del calibro di Rainaldo la cui riconosciuta fama di santità non fu oscurata dai suoi contrasti politici e giuridici con Avignone. Tale arcivescovo Rainaldo era tanto devoto di San Giovanni Evangelista e di Galla Placidia da dedicare alla più antica basilica di Ravenna e alla sua illustre committente e Augusta imperatrice, uno dei suoi più dotti e sentiti sermoni, in seguito scolpito nel marmo.

Un’ultima curiosità sul culto di Galla Placidia nell’immaginario medievale ravennate ci viene offerta ancora dalle ricerche di Corrado Ricci[xx]. Negli anni della seconda dominazione della Repubblica di Venezia su Ravenna (1527-1530), all’interno del mausoleo di Galla Placidia i monaci benedettini di San Vitale trovarono a più riprese all’interno del sarcofago centrale attribuito all’Augusta alcune cassette d’argento e d’alabastro contenenti reliquie probabilmente di santi e pietre preziose, fra cui anche monili d’oro. Tali ritrovamenti scatenarono facili entusiasmi e fecero spargere la voce in tutta la città che si scoperse un vero e proprio ‘tesoro di Galla Placidia’. Purtroppo buona parte di siffatto corredo funerario fu venduto dal governo veneziano di Ravenna per arricchire con gemme pregiate la celeberrima pala d’oro nella basilica di San Marco a Venezia[xxi]. Mentre con altre pietre – precisamente cammei finemente lavorati – i monaci di San Vitale fecero confezionare una bella mitra con fondo rosso e ricami d’oro per il loro abate. Questa mitra probabilmente fu venduta nel 1797: nel momento in cui i beni dei soppressi monasteri ravennati, come quello di San Vitale, furono requisiti dai francesi durante la conquista napoleonica[xxii].

 

Filippo Trerè

Opera di Religione

della Diocesi di Ravenna

 

 

[i] L. Storoni Mazzolani, Galla Placidia, Milano 1975; Ead., Galla Placidia, in Storia illustrata di Ravenna, vol. I, a c. di C. Giovannini, Milano 1989, pp. 177-192; G. Ravegnani, Galla Placidia, Bologna 2017, pp. 103-106.

[ii] A. Bollini, Il portale gotico di San Giovanni, in “Il Romagnolo. Mensile di storia e tradizioni della provincia ravennate”, gennaio 2011, pp. 3170 – 3173; F. Trerè, Appunti per una storia della scultura del Trecento a Ravenna, in “Romagna. Arte e Storia”, 95 (2012), pp. 23-48 (particolarm. pp. 31-37).

[iii] C. Fiori, E. Tozzola, San Giovanni Evangelista a Ravenna. Storia di una chiesa, di mosaici perduti e di mosaici ritrovati, Ravenna 2014, pp. 15-21.

[iv] C. Rizzardi, Il mosaico a Ravenna. Ideologia e arte, Bologna 2011, pp. 55-61; Fiori, Tozzola, op. cit., pp. 31-41.

[v] Trerè, op. cit., p. 32.

[vi] C. Ricci, L’ultimo rifugio di Dante, 1a ed., Milano 1891, pp. 93-94.

[vii] Trerè, op. cit., p. 33.

[viii] Il Libro di Agnello Istorico. Le vicende di Ravenna antica fra storia e realtà, traduzione e note di M. Pierpaoli, Ravenna 1988, p. 67.

[ix] G. Gerola, Galla Placidia e il così detto suo mausoleo in Ravenna, in “Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le provincie di Romagna”, IV, 2 (1912), pp. 273-320 (ried. in G. Gerola, Scritti ravennati (1911-1917), vol. I, a c. di R. Romanelli, Ravenna, Società di Studi Ravennati, 2016, pp. 63-98).

[x] C. Ricci, Il sepolcro di Galla Placidia in Ravenna: le arche, l’altare e il tesoro, in “Bollettino d’Arte”, vol.7 (1913), pp. 389-418 (particolarm. pp. 400-401).

[xi] G. Rossi, Storie ravennati, trad. e c. di Mario Pierpaoli, Ravenna 1997, p. 772; Ricci, Il sepolcro di Galla Placidia, cit., pp. 407-408.

[xii] R. Caravita, L’Arcivescovo di Ravenna Rinaldo da Concorezzo e il processo ai Templari (1308-1311), Ravenna 2008.

[xiii] M. Pierpaoli, La costruzione di San Giovanni Evangelista secondo il codice Classense 406, in “Ravenna. Studi e Ricerche” 2/ VII (2000), pp. 17-44.

[xiv] T. Franco, in Biblioteca Classense, Ravenna, a c. di A. Dillon Bussi, C. Giuliani, Firenze 1996, pp. 52-53, tavv. XVI-XVII.

[xv] R. Grandi, I monumenti dei dottori e la scultura a Bologna (1267-1348), Casalecchio di Reno 1982, pp. 82-84, 163-167, cat. 40; Trerè, op. cit., pp. 34-35.

[xvi] F. Massaccesi, Politiche pontificie e immagini: Aimerico di Châtelus a Ravenna, in Giotto e le arti a Bologna al tempo di Bertrando del Poggetto, catalogo della mostra, a c. di M. Medica, Cinisello Balsamo 2006, pp. 95-105.

[xvii] G. Montanari, Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa nella Diocesi di Ravenna, in Storia di Ravenna. III. Dal Mille alla fine della Signoria polentana, a c. di A. Vasina, Venezia 1993, pp. 286, 322.

[xviii] Rossi, op. cit., p. 556.

[xix] A. M. Piazzoni, Concoregio, Rinaldo da, Beato, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 27 (1982), http://www.treccani.it

[xx] Ricci, Il sepolcro di Galla Placidia, cit., pp. 414-418.

[xxi] T. Tomai, Historia di Ravenna, Ravenna, appresso Francesco Tebaldini da Osimo 1580, (rist. anast., Bologna 1980), pp. 23-26.

[xxii] Ricci, Il sepolcro di Galla Placidia, cit., p. 418.