Il ciclo frammentario di affreschi che orna la cosiddetta cappella Giottesca nella basilica di San Giovanni Evangelista a Ravenna, fu commissionato nel 1380 dal facoltoso medico e notaio ravennate Maestro Ghirardo de Massa, noto dalle fonti storiche locali. In parte ancora si legge l’iscrizione dedicatoria in latino con la data “MCCCLXXX” posta al di sotto della Madonna con Bambino e dei donatori inginocchiati verso una lacunosa Crocifissione che decora la parete di fondo. Il committente è ritratto in veste dottorale con la famiglia. La cappella è detta pure di Lamberto da Polenta dal nobile ravennate che nel testamento del 18 giugno 1316 lasciò una somma per lavori da compiersi nella basilica placidiana. La cappella Giottesca fu costruita a fianco della navata settentrionale della chiesa. Essa si presenta all’esterno a mattone a vista, contraddistinta con ghiere in cotto che incorniciano due finestre a sesto acuto, queste ultime illuminano lo spazio interno sormontato da una volta a crociera costolonata. In questo modo la cappella rispecchia fedelmente, nella lineare struttura e nel sobrio aspetto, il linguaggio gotico-padano che si diffuse in altri complessi ecclesiastici a Ravenna durante il periodo della signoria polentana[i].

 

Una curiosa notizia e la scoperta degli affreschi

Fu il biografo degli artisti e pittore cinquecentesco Giorgio Vasari ad annotare gli interessanti affreschi di questa cappella al pennello del fiorentino Giotto che “…andò a Ravenna, et in San Giovanni Vangelista fece una cappella a fresco lodata molto…[ii]. Da questo storico parere formulato da Vasari su questi affreschi, per la storiografia cittadina la cappella si meritò l’aggettivo alquanto suggestivo di Giottesca.  In realtà dopo le trasformazioni subite dalla basilica di San Giovanni Evangelista in età barocca (sec. XVIII), erano visibili solo le pitture della volta, restaurate per intenzione del soprintendente ai Monumenti di Ravenna Ambrogio Annoni in occasione del VI° Centenario Dantesco nel 1921[iii]. Nel 1930, durante lavori di ristrutturazione intrapresi dalla Soprintendenza alle Belle Arti di Bologna, il direttore dell’ufficio Scavi e Monumenti di Ravenna Renato Bartoccini scoprì anche gli affreschi dietro all’altare, coperti da un’ancona e dalla rispettiva pala d’altare raffigurante il Beato Arcangelo Canetoli al quale la cappella era dedicata nel settecento. In seguito gli affreschi furono restaurati dall’illustre architetto e pittore Giuseppe Rivani di Bologna, in collaborazione con il decoratore Agostino Mazzanti[iv]. La storica dell’arte Luisa Faenzi contestualizzò gli affreschi al pittore riminese Giovanni Baronzio, così la studiosa sfatò definitivamente l’autorevole ma ormai datata notizia vasariana[v]. Purtroppo la cappella Giottesca non fu risparmiata dai bombardamenti aerei che colpirono in modo disastroso la basilica di San Giovanni Evangelista durante la seconda guerra mondiale: il parziale crollo della volta causò la perdita di buona parte degli affreschi[vi].

 

Dottori ed Evangelisti

Di grande rilievo iconologico rivestono gli affreschi della volta spartiti da costoloni alla ‘cosmatesca’ dove i Dottori della Chiesa leggono e gli Evangelisti scrivono accompagnati dai loro simboli entro clipei raggiati agli angoli dei costoloni: san Giovanni con sant’Ambrogio, sant’Agostino con san Matteo, san Girolamo con san Luca e infine san Gregorio Magno con san Marco. Nonostante le pesanti ridipinture effettuate dal pittore padovano Francesco Zannoni negli anni 1777-1778 e la frammentarietà dei lacerti dovuta ai disastri dell’ultimo conflitto mondiale, si può ancora ammirare la vivacità descrittiva del pittore che ha sapientemente rappresentato ciascun santo seduto sopra una cattedra da lettore di studio universitario medievale. Sotto la pedana si aprono i palchetti che contengono poderosi volumi. Tra essi spunta un cartiglio che indica il nome in latino di ogni sacro personaggio[vii].

 

Dalla Ravenna ‘neogiottesca’ al tramonto del medioevo

La Crocifissione nella parete di fondo è stata ascritta dalla critica d’arte più recente alla scuola bolognese di Jacopo Avanzi (ultimo quarto del XIV sec.), riscontrabile nello squadro ‘neogiottesco’ della Maddalena. La santa, abbigliata in veste rosso – violacea e con capelli biondi, viene rappresentata piangente mentre, inginocchiata, abbraccia la croce. La figura femminile è resa dal pittore con vigore scultoreo e acuto senso dello spazio con il nimbo in cotto a rilievo, memore della lezione di Giotto. A conferma dell’attribuzione si può richiamare all’attenzione negli stessi anni l’attività romagnola di Jacopo Avanzi per la signoria Malatesta di Rimini, verificatesi in un periodo antecedente al soggiorno padovano[viii]. Mentre le soluzioni iconografiche e compositive, adottate nella volta con l’accoppiata Dottori della Chiesa ed Evangelisti, erano già state collaudate da Pietro da Rimini nella prima metà del trecento negli affreschi provenienti dalla chiesa di Santa Chiara (Ravenna, museo Nazionale)[ix]. I pittori ‘neogiotteschi’, come Jacopo Avanzi, prendevano quindi spunto anche dai modelli riminesi. I maestri di tale scuola furono i primi divulgatori dell’arte di Giotto in Romagna[x]. Lo storico dell’arte Alberto Martini afferma che la cappella Giottesca in San Giovanni Evangelista, dopo essere stata iniziata nella Crocifissione di salda struttura plastica da un pittore di cultura riminese negli anni 1330-1340, con quella “…rigorosa semplificazione dei piani…”, venne poi ripresa da un artefice affine e terminata da un frescante nella volta. Quest’ultimo pittore è di “…una cultura indubbiamente toccata dal giottismo settentrionale, in ispecie padovano e veronese…[xi]. Effettivamente il ciclo di San Giovanni Evangelista è suggestionato dall’affollata impaginazione scenica che il pittore veneto Altichiero di Zevio aveva sperimentato con successo nell’analoga Crocifissione nella cappella di San Giacomo al Santo in Padova (1376-1379), lavorando assieme a Jacopo Avanzi[xii]. Quanto tuttora si può leggere dell’aspetto originale proprio della volta a Ravenna, soprattutto nella figura di san Giovanni Evangelista[xiii], denota una cultura sicuramente non più riminese, ma già tardogotica. Essa si riconosce in modo ancora più incisivo dal rigoglioso e squisito bordo di decorazioni vegetali che incorniciano le quattro vele[xiv]. Infatti si possono scorgere affinità stilistiche con le correnti fiorite ferraresi di primo quattrocento[xv]. In queste date anche a Ravenna siamo già al tramonto del medioevo.

Filippo Trerè

Opera di Religione della Diocesi di Ravenna

 

Note bibliografiche

[i] P. Novara, Ravenna medievale. Chiese e altri edifici di culto. Note di storia e archeologia, Venezia 2016, pp. 70, 101; F. Trerè, Galla Placidia nell’immaginario medievale, http://www.ravennamosaici.it/blog

[ii] G. Vasari, Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri. Nell’edizione per i tipi di Lorenzo Torrentino – Firenze 1550,  a cura di L. Bellosi, A. Rossi, presentazione di G. Previtali, Torino 1986 par. 146.

[iii] C. Ricci, Guida di Ravenna, VI ed., Bologna 1923 (rist. anastast., Ravenna 2005), p. 109.

[iv] F. Lollini, Sulla decorazione pittorica di Sant’Antonio di Padova a Bologna. Giuseppe Rivani, Antonio Maria Nardi e Igino Benvenuto Supino, in “Carrobbio”, 37 (2011), pp. 155-170 (particolarm. p. 158).

[v] L. Faenzi, Affreschi in S. Giovanni Evangelista, in “Felix Ravenna”, II, 2 (1931), pp. 121-136.

[vi] L. Scevola, La basilica di S. Giovanni Evangelista a Ravenna, in “Felix Ravenna”  LXXXVII, serie 3 (1963), pp. 5 – 107 (particolarm. pp. 54-60); C. Fiori, E. Tozzola, San Giovanni Evangelista a Ravenna. Storia di una chiesa, di mosaici perduti e di mosaici ritrovati, Ravenna 2014, pp. 98, 112-113.

[vii] Faenzi, op. cit., p. 126; G. Montanari, Santa Chiara: storia ed iconologia, in A. Emiliani, G. Montanari, P. G. Pasini, Gli affreschi trecenteschi da Santa Chiara in Ravenna, Ravenna 1995, pp. 13-42 (particolarm. pp. 32-40).

[viii] D. Benati, Bologna e altri centri dell’Emilia, in Pittura murale in Italia. Dal tardo Duecento ai primi del Quattrocento, a cura di M. Gregori, Bergamo 1995, p. 118; C. Muscolino, Gli affreschi di Jacopo Avanzi: un ciclo eroico per Malatesta Ungaro, in La Rocca e il sigillo ritrovato. Ultimi restauri e scoperte a Montefiore Conca, a cura di V. Piazza, C. Muscolino, Santarcangelo 2009, pp. 117-153.

[ix] Montanari, op. cit., pp. 33-37; F. Trerè, La cultura vitalesca tra Forlì e Ravenna: parallelismi e differenze, in D. Leoni, Frammenti nella storia. Riflessioni sulla pittura ad affresco del XIV secolo conservata a Forlì, Santa Rufina di Cittaducale 2007, p. 217, nota 22; L. Martini, Affreschi riminesi del Trecento. La chiesa di San Domenico e la cappella trecentesca di San Giovanni Evangelista, in Nel nome di Giotto. La pittura trecentesca a Ravenna. Immagini perdute, salvate, rivelate, a cura di G. Morelli, Ravenna 2012, pp. 160-161; C. Fabbri, Gli eterni affetti. Il sentimento dipinto tra Bisanzio e Ravenna, Ravenna 2016, pp. 78, 124, fig. 29;

[x] F. Lollini, Sofisticata devozione. Il secondo Trecento: gli eredi di Vitale e il neogiottismo, in Da Bononia a Bologna 189 a. C. – 2011. Percorsi d’eccellenza nell’arte bolognese, a cura di G. Pellinghelli del Monticello, Torino 2012, pp. 58-62 (particolarm. p. 60).

[xi] A. Martini, Appunti sulla Ravenna riminese, in “Arte antica e moderna” 7 (1959), pp. 310 – 322 (particolarm. pp. 318-319); F. Trerè, “Quei pittori riminesi così maledettamente complicati”: Alberto Martini e gli studi sulla pittura del trecento a Ravenna, in “Ravenna. Studi e Ricerche” XXIV (2017), pp. 99-135 (particolarm. pp. 121-122).

[xii] G. L. Mellini, Altichiero al Santo; Jacopo Avanzi a Padova, in Giotto e il suo tempo, a cura di V. Sgarbi, catalogo della mostra, Milano 2000, pp. 205-219; D. Banzato, L’impronta di Giotto e lo sviluppo della pittura del Trecento a Padova, in Giotto e il Trecento. ‘Il più Sovrano Maestro stato in dipintura’, a cura di A. Tomei, catalogo della mostra, Milano 2009, pp. 151-154.

[xiii] Faenzi, op. cit., cit., p. 126.

[xiv] M. Faietti, La pittura del Trecento a Ravenna, in Storia di Ravenna. Dal Mille alla fine della Signoria polentana, III, a cura di A. Vasina, Venezia 1993, pp. 672-674 e tavv. XXXVI-XXXVIII.

[xv] C. Volpe, La pittura riminese del Trecento, Milano 1965, pp. 54, 61, nota 88; D. Benati, Maestro ferrarese ca. 1390, in La Pinacoteca Nazionale di Ferrara. Catalogo generale, a cura di J. Bentini, Bologna 1992, pp. 13-17.