Nel 1931 l’eminente storico dell’arte e archeologo Corrado Ricci promuove l’allestimento di quattro capitelli di marmo proconnesio nelle collezioni del museo Arcivescovile di Ravenna[i]. Corrado Ricci era convinto di identificare in questi capitelli quelli che facevano parte della struttura architettonica dell’antica basilica Ursiana: la primitiva cattedrale di Ravenna demolita nel XVIII sec. Tale edificio prende il nome dal vescovo Ursus o Orso, il quale alla fine del IV-primi del V secolo fece edificare il complesso episcopale nella zona sud-est della città. Tale organismo era caratterizzato dalla residenza del presule, dal battistero e da una basilica cattedrale – dedicata alla Resurrezione – dalle proporzioni grandiose e suddivisa in cinque navate. Poco tempo dopo avviene il trasferimento della corte imperiale da Milano a Ravenna nel 402 d. C[ii].La tesi di Corrado Ricci poggiava sulla scorta di un’antica descrizione (inizio del XVII secolo) dell’erudito ravennate Girolamo Rossi, conservata nella biblioteca Classense di Ravenna. In tale fonte si riportava che la basilica Ursiana era retta nelle quattro navate laterali da colonne “…i cui capitelli sono diversi, in molti de quali vegendosi l’aquila, et il capo dell’ariete di buon artefice…[iii].

I capitelli sono della tipologia ‘a due zone’. Essi sono una variante del modello teodosiano, vale a dire diffuso nell’impero romano d’oriente al tempo del sovrano Teodosio II (407-450)[iv]. Nella parte inferiore due presentano una raffinata decorazione di foglie d’acanto, mentre nella parte superiore sono scolpiti quattro protomi di arieti nei supporti angolari. Questi capitelli vengono datati intorno alla metà del V sec. Nella parte inferiore gli altri due invece hanno un intreccio con racemi e grappoli di vite detto ‘a canestro’; nella parte superiore gli arieti si alternano a protomi di altri animali come teste di leoni e aquile. Tali capitelli sono datati alla metà del VI sec[v]. I capitelli ‘a due zone’ ebbero una larga diffusione in tutta l’area geografica bizantina e mediterranea grazie all’apporto degli ateliers costantinopolitani[vi]. Ravenna capitale, con il porto di Classe[vii], è stata riconosciuta un luogo di stoccaggio e di fornitura di questi elementi marmorei provenienti via mare dall’oriente, assieme alle colonne e a tutto l’arredo liturgico in plutei e transenne per la costruzione e l’abbellimento delle fabbriche ecclesiastiche[viii].

I quattro capitelli hanno tutti una diversa provenienza: due con racemi di vite, leoni e altri animali provengono dalla basilica di San Marco a Ravenna, edificata dal governo veneziano nel 1491 in piazza del Popolo, a fianco della ristrutturata chiesa di San Sebastiano. Nella stessa area fu eretta nel 1785 la facciata del futuro palazzo dell’Orologio pubblico, progettata e realizzata dall’architetto ravennate Camillo Morigia[ix]. Secondo le ricerche di Paola Novara le origini di questi due capitelli dalla basilica marciana sono state svelate grazie ad un appunto del cultore di archeologia Odoardo Gardella, contenuto nel “Fondo Piancastelli” della biblioteca “A. Saffi” di Forlì. Tale annotazione ricorda che i due capitelli, assieme a due colonne di marmo greco, furono trasferiti nel magazzino dell’arcivescovado nel 1836 dalla basilica di San Marco a Ravenna al tempo dell’arcivescovo Chiarissimo Falconieri. In seguito uno dei due capitelli fu ceduto al museo Nazionale cittadino, l’altro fu inserito nella raccolta lapidaria del museo Arcivescovile. Le due colonne di marmo greco furono poi reimpiegate nel 1838 nello scalone dell’attuale episcopio[x].

Degli altri due capitelli, con acanto e  arieti: il primo proviene dal museo di Mantova, il secondo dalla basilica di Sant’Apollinare in Classe. Corrado Ricci sosteneva che quello proveniente da Mantova facesse parte di una donazione del cardinale legato di Ravenna Luigi Valenti Gonzaga, che assunse la funzione  di arcivescovo di Ravenna dal 1778 al 1783[xi].

In realtà la tesi di Corrado Ricci sull’origine dall’antica cattedrale di questi capitelli è stata negli ultimi anni messa in dubbio anche da altre indagini documentarie. Esse hanno messo in luce che il capitello di Sant’Apollinare in Classe era già documentato in quella basilica nella seconda metà del XVI sec.[xii]

E’ curioso osservare il reimpiego dei primi due capitelli in una basilica come quella di San Marco costruita durante la dominazione della Repubblica di Venezia su Ravenna. Questa pratica del riutilizzo è attestata in città anche nel famoso caso delle colonne di granito e dei capitelli di età teodericiana che sostengono il palazzetto del podestà veneziano (terminato nel 1463) sempre in piazza del Popolo[xiii]. Durante il rinascimento la tradizione del reimpiego di edifici bizantini in età veneziana rientrava nella Serenissima come a Ravenna in un mirato progetto politico e culturale di Instauratio urbis, ovvero di rinnovo e deciso legame con l’eredità bizantina ideologicamente espressa dalle due città[xiv].

 

 

 

Filippo Trerè

Opera di Religione della Diocesi di Ravenna

 


 

[i] C. Ricci, L’antico duomo di Ravenna, in “Felix Ravenna”, n. s., n. 1, XXXVII (1931), pp. 16-28.

[ii] Y. A. Marano, Genesi e sviluppo dei complessi episcopali dell’Italia settentrionale: alcuni esempi, in Trento, i primi secoli cristiani. Urbanistica ed edifici, incontro di studi, Trento 4 dicembre 2017, a c. di C. Bassi, E. Possenti, “Antichità Altoadriatiche”, XC (2019), pp. 15-34 (particolarm. pp. 19-21; pp. 27-30).

[iii]G. Bovini, I principali monumenti paleocristiani del Museo Arcivescovile di Ravenna, in “Corsi di Cultura sull’arte Ravennate e Bizantina”, XI (1964), pp. 43-99 (particolarm. pp. 49-52); P. Novara, La Cattedrale di Ravenna. Storia e archeologia, Ravenna 1997, pp. 152-155, appendice n. 9; Ead., in Le collezioni del Museo Arcivescovile di Ravenna, a c. dell’Opera di Religione della Diocesi di Ravenna, Ravenna 2011, pp. 99-100.

[iv] R. Farioli, I capitelli paleocristiani e paleobizantini di Salonicco, in “Corsi di Cultura”, cit., pp. 133-177 (particolarm. pp. 163-170).

[v] Novara, La Cattedrale, cit., pp. 72, 74, 76, 78.

[vi] Farioli, op. cit., p. 167, nota 101; p. 170, nota 115; P. Novara, Capitello “a due zone” (VI secolo), in Tesori nascosti. Momenti di storia e di arte nelle antiche chiese della Romagna, a c. di F. Faranda, catalogo della mostra, Milano 1991, pp. 123-125.

[vii] G. Montanari, Il Porto di Ravenna attualità della storia, in “Trova Casa Premium”, n. 92, agosto-settembre 2014, pp. 36-38.

[viii] C. Rizzardi, Ravenna, il suo porto e i suoi orizzonti mediterranei: l’importazione di materiali marmorei fra dinamiche commerciali ed ideologiche (V-VI sec.), in “Hortus Artium medievalium”, vol. 22 (2016), pp. 190-199.

[ix] M. Mazzotti, San Sebastiano e San Marco, in Itinerari della Sacra Visita. Chiese di Ravenna scomparse, a c. di G. Rabotti, Ravenna 2003, pp. 236-237; V. Fontana, De instauratione Urbis Ravennae. Architettura e urbanistica durante la dominazione veneziana, in Ravenna in età veneziana, Atti del Convegno di Studio, Ravenna 9-11 dicembre 1983, a c. di D. Bolognesi, Ravenna 1986, pp. 295-304 (particolarm. p. 298).

[x] Novara, La Cattedrale, cit., pp. 73-74.

[xi] Bovini, op. cit., p. 50.

[xii] Novara, La Cattedrale, cit., pp. 74, 76.

[xiii] Fontana, De instauratione Urbis, cit., pp. 297-298.

[xiv] Ibid., pp. 295-296; pp. 303-304.