A Ravenna l’iconografia mariana presenta un’ulteriore evoluzione nella pittura medievale. Tre testimonianze figurative sono degne di nota in cattedrale, nella basilica di Sant’Apollinare Nuovo e in San Giovanni Evangelista.

La Madonna del Sudore in cattedrale

La piccola e bella tavoletta dipinta, che rappresenta una tenera Madonna incoronata con un allegro Bambino Gesù che tende la sua manina verso di Lei per giocare, offre un importantissimo esempio a Ravenna di devozione mariana. Il dipinto è legato a dolorosi fatti storici nei quali è stata coinvolta la nostra comunità urbana[i]. Infatti l’immagine sudò sangue nel 1512 durante il saccheggio di Ravenna da parte dei francesi dopo la sanguinosa battaglia sul fiume Ronco contro le truppe spagnole che difendevano la città per il papa Giulio II. Ancora oggi sul volto della Madonna si vede una piccola ‘ferita’, prodotta sicuramente con arma tagliente. Il miracolo si ripeté durante la terribile peste del 1630, risparmiando Ravenna da tale epidemia.

Il dipinto con La Madonna del Sudore nel passare del tempo diventa così sempre più oggetto di una particolare venerazione, certamente tra le cause principali che ne hanno determinato la conservazione fino ai nostri giorni. Il culto impone anche il rinnovamento dell’altare ove l’immagine era custodita. La tavoletta viene quindi trasferita da una cappella laterale, vicino alla porta d’ingresso dell’antica cattedrale (la Basilica Ursiana), in un nuovo oratorio a destra dell’altare maggiore, tuttora esistente nell’attuale duomo settecentesco. Sarà in seguito costruito un nuovo altare, con il tabernacolo in metallo dorato disegnato nel 1759 dallo scultore romano Pietro Bracci, e tutta la cappella verrà sontuosamente decorata[ii].

La Madonna del Sudore presenta uno schema iconografico singolare: la Vergine, vestita come una regina da romanzo cavalleresco, gioca con il Bambino in una simpatica e intima scena familiare. Secondo gli ultimi studi di Costanza Fabbri il tipo della Madonna con Bambino che gioca è di derivazione bizantina: la Pelagonitissa. Anche il mantello di porpora che riveste la Vergine è un rimando orientale: simbolo di regalità e del sangue sacrificale di Cristo[iii].

La nostra immagine è anche un piccolo capolavoro di quella scuola giottesca-riminese che nella prima metà del trecento impose in Romagna e a Ravenna il nuovo linguaggio plastico e spaziale che il grande pittore fiorentino Giotto stava diffondendo con successo in tutta Italia[iv].

Nel 1959, a seguito del restauro compiuto sul dipinto, l’insigne storico e critico d’arte Cesare Brandi fu il primo ad attribuire La Madonna del Sudore ad un anonimo pittore di quella notevole scuola, che dipinse ad affresco la chiesa di Santa Maria in Porto Fuori distrutta dai bombardamenti aerei nel 1944[v]. Nel cosiddetto ‘Maestro di Santa Maria in Porto Fuori’ si è proposto di riconoscervi la personalità di Pietro da Rimini[vi].

 

La Madonna con Bambino in Sant’Apollinare Nuovo

Nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo si trova conservato un piccolo lacerto ad affresco raffigurante la Madonna con Bambino all’interno della cappella Pasolini, situata nella navata laterale nord[vii]. Sulla venerazione che la chiesa ravennate tributava a questa immagine ci informa il sacerdote ed erudito locale Girolamo Fabri (1664): “…l’altre due navi sono nobilmente ornate di molti altari, e sontuose cappelle, tra’ le quali la più degna di esser’ veduta è quella ad onore della Beatissima Vergine, di cui ivi si riferisce un’immagine assai divota, e fabricolla mons. Battista Volta bolognese, che fu V.Legato in Romagna l’anno mille seicento due…[viii]. Nel 1602 il cardinale legato di Ravenna Monsignor Battista Volta finanziò la costruzione di un’ancona marmorea in onore di tale icona nella cappella della famiglia Pasolini[ix]. Anche in questo affresco si percepisce un’interpretazione dell’iconografia mariana da parte del pittore molto incline al quotidiano. Pure in questo caso la scena viene riletta con un tono molto domestico e familiare: Maria tiene in braccio il Bambino che gioca. Quest’ultimo si diverte a contare le dita della Madre. Forse pure in tale iconografia c’è un’allusione alla Pelagonitissa. Il modulo ovale del volto della Vergine, il suo sguardo sereno e introspettivo che dialoga con l’osservatore e con il Bambino Gesù – evidenziati dalla calda tonalità cromatica – ha fatto scorgere negli storici dell’arte il riflesso della scuola bolognese del pittore Vitale degli Equi negli anni 1370-’80. In specifico si è identificato un pittore vicino a Cristoforo da Bologna, attivo nella seconda metà del trecento[x].  Oltre a Bologna, anche in altri centri dell’Emilia, Romagna e Marche emerge la corrente degli allievi di Vitale che esportano pure a Ravenna[xi] la parlata bolognese in una dimensione definita affabile, schietta e vernacolare[xii].

 

La Madonna del Latte in San Giovanni Evangelista

Si tratta di una tavoletta raffigurante la Madonna Galaktotrophousa (‘Madonna del Latte’) conservata nella cappella a sinistra dell’altare maggiore nella basilica di San Giovanni Evangelista[xiii]. L’opera proviene dalla chiesa dello Spirito Santo[xiv]. Il dipinto si trova collocato all’interno di una cornice dorata con modanature e decorazioni geometriche, mentre la cornice interna presenta una struttura formata da un arco trilobato. La Vergine è quasi come affacciata da una finestra mentre allatta il Bambino con l’amorevole sguardo rivolto verso di Lui. La Madonna indossa una tunica rossa con lumeggiature dorate a spina di pesce, il soprastante manto turchino con maphorion è arricchito da alcune stelle dorate che alludono alla luce di Cristo o alla verginità di Maria[xv]. Questo motivo decorativo delle stelle su fondo blu è riscontrabile nel repertorio di icone mariane della bottega di Paolo Veneziano, molto attiva nel sec. XIV[xvi]. Il paffuto Bambino è abbigliato con una tunica bianca con disegni geometrici, con sopra un manto arancio profilato d’oro. Per cui anche se questa icona manifesta uno schema figurativo di origine bizantina esaltato dallo sfondo aureo, l’atmosfera umana e descrittiva nel colloquio fra i due personaggi mostra tratti distintivi della pittura occidentale. La storica dell’arte Silvia Pasi afferma che questo dipinto sia da riferire ad uno sconosciuto maestro della cosiddetta scuola dalmata (seconda metà del XV sec.). Dal XIII sec. tale scuola, molto operosa fra le due sponde dell’Adriatico, elaborò un’ originale sintesi fra la pittura bizantina, veneziana e senese[xvii].

 

Filippo Trerè

Opera di Religione

della Diocesi di Ravenna

 

 

[i] P. Sulfrini, Cenni storici sulla miracolosa immagine della Madonna del Sudore venerata nella Chiesa metropolitana di Ravenna, Ravenna 1859.

[ii] F. Trerè, Una devozione tipicamente ravennate: la Madonna del Sudore, in “La Voce del Borgo S. Rocco”, a.XXVII, n.3, giugno 2007, pp. 2-3; Id., Pietro da Rimini e il Maestro di Santa Maria in Porto Fuori, in “Ravenna. Studi e Ricerche”, XVIII-XIX ½ (2011-2012), pp. 69-105 (particolarm. pp. 103-104); C. Fabbri, La Madonna del Sudore nel Duomo di Ravenna. Arte e devozione, Ravenna 2013, pp. 13-19.

[iii] Fabbri, La Madonna del Sudore, cit., pp. 27-28.

[iv] A. Volpe, Pietro da Rimini. L’inverno della critica, Milano 2016.

[v]C. Brandi, Maestro di S. Maria in Porto Fuori: Madonna incoronata con Bambino, in “Bollettino dell’Istituto Centrale del Restauro”, XXXVI (1958), pp. 197-205; M. Mazzotti, Il Quadro della Madonna del Sudore è un capolavoro del Trecento Riminese, in “Il Resto del Carlino”, 5 giugno 1959; F. Trerè, “Quei pittori riminesi cosi maledettamente complicati”: Alberto Martini e gli studi sulla pittura del Trecento a Ravenna, in “Ravenna. Studi e Ricerche”, XXIV (2017), pp. 99-135.

[vi] Fabbri, La Madonna del Sudore, cit., pp. 55-58.

[vii] F. Trerè, Due casi di pittura trecentesca di ambito bolognese a Ravenna, in “Ravenna. Studi e Ricerche”, XII/1-2 (2005), pp. 227-254 (particolarm. pp. 249-253).

[viii] G. Fabri, Le Sagre Memorie di Ravenna Antica, Ravenna 1664, p. 122.

[ix] Trerè, Due casi, cit., p.249.

[x] A. Martini, Appunti sulla Ravenna riminese, in “Arte Antica e Moderna”, 7 (1959), pp. 310-322 (particolarm. p. 319); C. Volpe, La pittura riminese del Trecento, Milano 1965, p. 61, nota 80; S. Bottari, Ravenna. Basiliche di Sant’Apollinare Nuovo e Sant’Apollinare in Classe, “Tesori d’Arte Cristiana” 6, Bologna 1966, p. 142 e fig.3; M. Faietti, La pittura del Trecento a Ravenna, in Storia di Ravenna. III. Dal mille alla fine della signoria polentana, a c. di A. Vasina, Venezia 1993, pp. 657-681 (particolarm. pp. 671-672); Trerè, Due casi, cit., p. 253.

[xi] F. Trerè, La cultura vitalesca tra Forlì e Ravenna: parallelismi e differenze, in D. Leoni, Frammenti nella storia. Riflessioni sulla pittura del sec. XIV conservata a Forlì, Santa Rufina di Cittaducale 2007, pp. 209-219; Id., San Giorgio, il drago e una coraggiosa principessa negli affreschi di San Nicolò, in Spigolando ad arte. Ricerche di storia dell’arte nel territorio ravennate, a c. di S. Simoni, Ravenna 2013, pp. 34-52; C. Fabbri, Sugli affreschi trecenteschi in San Nicolò: una proposta di confronto, in “Romagna. Arte e Storia”, XXXV, 103 (2015), pp. 5-14.

[xii] F. Lollini, Sofisticata devozione. Il secondo Trecento: gli eredi di Vitale e il neogiottismo, in Da Bononia a Bologna 189 a. C. – 2011. Percorsi d’eccellenza nell’arte bolognese, a c. di G. Pellinghelli del Monticello, Torino 2012, pp. 58-62.

[xiii] S. Pasi, Una tavola poco nota con la Vergine ‘Galaktotrophousa’ conservata a Ravenna nella basilica di San Giovanni Evangelista, in “Ravenna. Studi e Ricerche”, VI/1 (1999), pp. 263-279.

[xiv] C. Ricci, Guida di Ravenna, VI° ed., Bologna 1923, rist. anast., Ravenna 2005, p. 19; B. Corsi, Guida di Ravenna, Faenza 1952, p.112.

[xv] Pasi, op. cit., p. 264 e nota 7.

[xvi] E.Cozzi, Paolo Veneziano e bottega: il polittico di Santa Lucia e gli ‘antependia’ per l’isola di Veglia, in AFAT, 35(2016), pp. 235-293 (particolarm. pp. 257-259).

[xvii] Pasi, op. cit., pp.266, 272, 274, 276-279.