Luca Longhi (Ravenna 1507-1580) fu il più famoso pittore ravennate del XVI sec[i]. La critica più recente ha confutato la posizione del pittore e trattatista Giorgio Vasari– seguito da tutta l’antica storiografia – che ha sostenuto l’assoluta staticità di Luca Longhi rinchiuso fra le mura di Ravenna durante tutto l’arco della sua esistenza[ii].

Nel Museo Arcivescovile si possono ammirare alcune considerevoli opere pittoriche che riassumono in modo efficace non solo lo stile, ma anche i  contenuti religiosi di questo artista a capo di una fiorente bottega familiare. Egli lavorò sia per la committenza ecclesiastica – chiese e monasteri –  che laica, essendo richiesto nella sua specialità di ritrattista dalla nobiltà cittadina al tempo della Ravenna pontificia.

Luca Longhi era un pittore aggiornato: per accrescere il suo repertorio figurativo si avvaleva di stampe delle opere dei grandi maestri del suo tempo dai quali prendeva spunto per i suoi dipinti a soggetto sacro e profano. Nella sua formazione fu decisivo l’apporto della cultura classicista divulgata in Emilia e Romagna dal famoso pittore urbinate Raffaello Sanzio, anche attraverso la delicata poetica dei suoi allievi e seguaci, alcuni operosi pure a Ravenna[iii].

Nella cappella di Sant’Andrea Luca Longhi eseguì nelle due lunette gli affreschi che raffigurano rispettivamente la Deposizione di Cristo e l’Ascensione, inoltre nella sala della pinacoteca è esposta la sua pala d’altare con L’Invenzione della Vera Croce[iv].

 

Nella cappella di Sant’Andrea

Intorno alla seconda metà del cinquecento, durante i lavori di restauro nell’episcopio commissionati  dall’arcivescovo di Ravenna e cardinale Giulio Feltrio Della Rovere (1563-’66), la cappella di Sant’Andrea – edificata dal vescovo Pietro II (494-519) – subì un’ impegnativa ristrutturazione. Luca Longhi intervenne per affrescare le due lunette della cappella, integrando la decorazione dove il mosaico era andato distrutto. Il rinnovato sacello fu riconsacrato nel 1568[v].

Nella cappella di Sant’Andrea Luca Longhi ha raffigurato  due momenti fondamentali della missione finale del Salvatore[vi]. Nella Deposizione di Cristo tutta la distribuzione della composizione è incentrata sul momento più drammatico della Passione: il Messia è  colto nel momento della sua morte, quando viene deposto dalla croce da Maria e dalle Pie Donne, da San Giovanni Evangelista e da Giuseppe d’Arimatea (Luca 23, 53-56; Giovanni 19, 38-42). Tale schema figurativo, organizzato in tre gruppi contrapposti,  riprende lo stesso soggetto sviluppato da Giorgio Vasari nella sua pala d’altare Compianto di Cristo realizzata nel 1548 per i monaci camaldolesi di Classe, conservata ora nel Museo d’Arte della città di Ravenna[vii]. Solo che nell’affresco della cappella di Sant’Andrea si assiste all’eliminazione degli orpelli, delle sfarzosità delle vesti e dell’affollamento di nerboruti personaggi di impronta michelangiolesca che contraddistinguevano il ‘manierismo’ diffuso in Romagna da Vasari[viii]. Nell’affresco di Luca Longhi si percepisce una semplificazione scenica che deve portare il fedele a concentrarsi unicamente sul mistero sacro raccontato con puntualità, dove il dramma e la teatralità sono stemperati da una serena dimensione ideale. Nella Deposizione  spicca la propensione di Luca alla sua riconosciuta abilità per il ritratto ‘veristico’ nella descrizione dell’evento sacro.

Il pittore ravennate mantiene lo stesso registro espressivo nella lunetta di fronte con l’Ascensione di Cristo. Il soggetto dell’opera converge nel luminoso e smaterializzato Salvatore che sale in cielo accompagnato da due angeli, dopo aver istruito i suoi discepoli (Marco 16, 19; Luca 24, 50-53; Atti 1, 1-11). Questi ultimi sono assiepati in due gruppi nella parte inferiore dell’affresco, abbagliati e quasi confusi dalla sfolgorante presenza della luce divina. Anche qui la composizione è scarna, essenziale nella sua gradevole ed elegante stesura cromatica. Questa volontà di Luca Longhi di elaborare una pittura purista, interamente meditata sull’ evento religioso, senza deviazioni mondane di nessun genere, è in linea con le nuove disposizioni recentemente ordinate dalla Chiesa cattolica con il Concilio di Trento (1545-1563) per combattere il pericolo della riforma luterana. Ad esempio le diocesi dovevano tornare alle radici  della loro devozione che costituivano l’identità delle comunità cristiane delle origini. Anche a Ravenna il rinnovamento della chiesa controriformistica, si compie all’insegna dell’antichità, del valore e della solidità di una millenaria tradizione storica[ix]. Non è un caso che Longhi abbia dipinto due scene cristologiche in una cappella che forse in origine era dedicata proprio al Cristo[x]. Così Luca si conferma il più autorevole esponente della pittura controriformata in città attraverso i suoi precisi dettami figurativi ed espressivi. Alla committenza di questi affreschi della cappella di Sant’Andrea non è estraneo il ruolo ricoperto dall’arcivescovo Giulio Feltrio Della Rovere (1566-1578). Egli, durante il suo episcopato, è da ricordare non solo per i restauri realizzati nel palazzo arcivescovile, ma anche per aver indetto nel 1568 un Concilio Provinciale al fine di dare piena attuazione a Ravenna dei decreti pubblicati dal Concilio di Trento[xi].

 

Nella sala della pinacoteca

Nel secondo piano del museo è esposto un altro dipinto di Luca Longhi: L’Invenzione della Croce[xii]. La pala d’altare, che proviene dalla chiesa di San Domenico, è firmata e datata 1580. Tale opera è stata verosimilmente completata nello sfondo architettonico dal figlio Francesco (1544-1619)[xiii]. In questa pala d’altare del Museo torna il tema della croce. Il soggetto è ispirato alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine (XIII sec.), ma esistono anche altre versioni del racconto[xiv]. In questa fonte si narra delle ricerche svolte da Sant’Elena,  madre del primo imperatore romano cristiano Costantino, per rintracciare la vera croce di Cristo a Gerusalemme. Luca Longhi ha sapientemente immortalato il momento in cui Elena, dopo aver disseppellite le tre croci e non sapendo quale sia quella del Risorto, le mostra ad un giovane  sepolto nella tomba. Questi, alla vista della  croce centrale, risorge togliendosi le bende. Anche qui il pittore ha sviluppato in modo sagace il pathos scaturito dal miracolo della  croce che salva dalla morte nel peccato, ponendo la croce di Cristo in posizione centrale. Scrive la storica dell’arte Jadranka Bentini: “…La croce costituisce l’indicatore della Grazia Divina, raccogliendo le attese dei protagonisti dello spettacolare evento…[xv]. In questo modo l’artista ha voluto coinvolgere emotivamente il fedele secondo ben collaudate formule retoriche. Il miracolo è introdotto da Sant’Elena, collocata a destra, quasi fuori del quadro. Ella comunica allo spettatore lo stupore degli astanti di fronte al prodigioso avvenimento[xvi].

 

Filippo Trerè

Opera di Religione

della Diocesi di Ravenna

 

[i] G. Viroli, I Longhi. Luca, Francesco e Barbara pittori ravennati (sec. XVI-XVII), in I Longhi. Luca, Francesco, Barbara pittori ravennati (sec. XVI-XVII), Ravenna 2000, pp. 19-35; S. Simoni, Luca Longhi (1507-1580) “pictor celeberimus civis Ravennae”. La formazione e i lavori della prima maturità, in “Romagna. Arte e Storia”, 61 (2001), pp. 5-14; Ead., La Madonna in Trono con il Bambino fra i Santi Benedetto, Paolo, Apollinare e Barbara di Luca Longhi, in ibidem, 62 (2001), pp. 93-99; A. Fabbri, Luca Longhi, Francesco e Barbara. Appunti per un percorso, in Una bottega del cinquecento a Ravenna. Luca Longhi, catalogo della mostra, Ravenna 2007, pp. 7-53; G.Viroli, Longhi, Luca in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 65 (2005), http://www.treccani.it.

[ii] G. Vasari, Le vite de’ de più eccellenti pittori, scultori ed architettori italiani (1568), ed. a c. di C. L. Ragghianti, tomo III, Milano-Roma 1942, pp. 557-558.

[iii] J. Bentini, Nota bio-bibliografica, in Luca Longhi e la pittura su tavola in Romagna nel Cinquecento, a c. di J. Bentini, catalogo della mostra, Bologna 1982, pp. 13-26; Simoni, Luca Longhi (1507-1580) “pictor celeberimus”, cit., p. 9; D. Leoni, La Madonna del Divino Amore e i Longhi di Ravenna, in Spigolando ad arte. Ricerche di storia dell’arte nel territorio ravennate, a c. di S. Simoni, Ravenna 2013, pp. 55-57.

[iv] G. Gardini, in Le collezioni del Museo Arcivescovile di Ravenna, a c. dell’Opera di Religione della Diocesi di Ravenna, con scritti di G. Fanti, G. Gardini, G. Grillini, P. Novara, Ravenna 2011, pp. 61, 105-107.

[v] G. Gerola, Il ripristino della cappella di S. Andrea nel Palazzo Vescovile di Ravenna, in “Felix Ravenna”, Nuova Serie, a. III, fasc. 2 (XLI) 1932, pp. 71-132 (ried. in G. Gerola, Scritti ravennati, vol. II, a c. di R. Romanelli, Ravenna 2017, pp. 688-742, particolarm. pp. 694-695); G. Rossi, Storie ravennati, traduzione di M.Pierpaoli, Ravenna 1996, p. 753; A. Marzetti, L’antico episcopio di Ravenna e il moderno palazzo arcivescovile, in “Ravenna. Studi e Ricerche”, IX (2002), pp.99-135  (particolarm. pp. 114-116).

 

[vi] G. Fabri, Ravenna ricercata overo compendio istorico delle cose più notabili dell’Antica Città di Ravenna, Bologna 1678, p. 51; G.Viroli, Cristo deposto. Ascensione, in I Longhi, cit., pp. 59-60.

 

[vii] A.Mazza, Giorgio Vasari. Compianto di Cristo deposto dalla croce, in Pinacoteca Comunale di Ravenna. Museo d’Arte della città. La collezione antica, a c. di N. Ceroni, Ravenna 2001, pp. 86-87.

 

[viii] Viroli, Cristo deposto. Ascensione, cit., p. 60.

[ix]  E. Casali, Religione e immaginario collettivo, in Storia illustrata di Ravenna, a c. di C. Giovannini, D. Bolognesi, vol. II, Milano 1989, pp. 161-176.

[x] C. Rizzardi, Il mosaico a Ravenna. Ideologia e arte, Bologna 2011, p. 107.

[xi] M. Pierpaoli, Storia di Ravenna. Compendio da Ottone III a Napoleone I (1001-1805), Ravenna 2001, pp. 113-114.

[xii] G. Viroli, Invenzione della croce, in I Longhi, cit., pp. 90-91.

[xiii]J. Bentini, Invenzione della croce, in Luca Longhi e la pittura su tavola, cit., p. 71.

[xiv] Gardini, op. cit., p. 107.

[xv] Bentini, Invenzione della croce, cit., p. 71.

[xvi] Ibid.