Nella storia dell’antica chiesa di Ravenna il complesso episcopale è di antichissima fondazione. Il palazzo arcivescovile viene costruito, assieme alla cattedrale primitiva e al battistero, dal vescovo Orso (399-426).  Il battistero è l’edificio meglio conservato nella sua struttura architettonica e nei suoi mosaici[i]. Esso viene modificato nella seconda metà del V sec.: una cupola a calotta sostituisce la precedente copertura piana grazie alla committenza del vescovo Neone (451-468 circa) che fece anche decorare l’interno[ii]. Ancora oggi il battistero viene utilizzato per il primo dei sacramenti cristiani. Il battistero rispecchia visivamente la liturgia del sacramento che con l’acqua libera il catecumeno dal peccato originale in previsione della Salvezza Eterna.  La forma ottagonale dell’edificio rievoca i sette giorni in cui Dio ha creato il mondo, mentre l’ottavo giorno Dies Dominica (domenica) è consacrato alla Risurrezione del Salvatore[iii]. Il battesimo in origine veniva impartito dal vescovo esclusivamente nella notte di Pasqua.[iv] Ancora oggi nella cattedrale di Ravenna, ricostruita nella metà del sec. XVIII, sopravvive una porta laterale che collega l’edificio sacro con il battistero stesso. Anche ai tempi della chiesa di Ravenna antica si celebrava la liturgia battesimale con una processione che, guidata dal vescovo con il clero e i catecumeni, usciva da un fianco della cattedrale stessa ed entrava nel battistero. In tal senso doveva esistere una struttura porticata che evidenziava questo percorso di iniziazione[v]. Il corteo entrava nel battistero da uno dei quattro ingressi laterali, oggi percepibili solo dall’imposta degli archi a causa dell’interramento dovuto dalla subsidenza. Qui entra in gioco la grande importanza dei Sermoni di Quaresima e di Pasqua pronunciati dal vescovo di Ravenna San Pietro Crisologo I (426-450) il quale, con questi testi, ci lascia ampia documentazione sulla liturgia dell’epoca, abbastanza simile a quella romana. E’ per questo motivo che le conseguenti scelte iconografiche adottate dal successore Neone nei mosaici e negli stucchi del battistero rispecchiano fedelmente quanto il vescovo Pietro I ha lasciato nella sua eredità pastorale[vi]. Egli utilizzava il battistero come aula catechetica[vii]. Durante la Quaresima i neofiti erano invitati dal vescovo ad un impegnativo e serio periodo di preparazione articolato nel digiuno, nella penitenza, nella preghiera e nella carità[viii]. Durante il rito battesimale, all’interno dello spazio sacro, quattro diaconi, al cospetto del vescovo e dei catecumeni, ponevano ai quattro lati dell’altare- voltato ad oriente- i quattro Vangeli proclamati ai quattro confini della Terra. Anche a Ravenna si era diffusa nella liturgia battesimale la cosiddetta traditio vangeli, cioè il dono o trasmissione di conoscenza dei vangeli all’intera comunità. Non a caso, nei mosaici della prima fascia della cupola, i quattro Vangeli sono posti su quattro altari, alternati ai giardini paradisiaci e al trono vuoto: L’etimasia. I neofiti erano alla presenza del sontuoso seggio preparato per la seconda venuta del Salvatore[ix]. Nel registro inferiore del battistero, seppure molto restaurate, si possono leggere quattro iscrizioni dorate in latino che intrecciavano una funzione didascalica delle raffigurazioni musive perdute nelle quattro absidiole. Tali epigrafi sono passi estrapolati dalla Bibbia. Il contenuto riassume mirabilmente il significato dell’acqua che salva -Cristo Risorto – dal peccato originale e quindi dalla morte[x].

La prima iscrizione[xi], posta proprio a sud-est, è la più adatta a comprendere la teologia battesimale: “…Beati coloro a cui sono rimesse le iniquità ed a cui sono tolti i peccati; beato colui a cui il Signore non imputa il peccato (Salmo 32 [31], 1-2); la conseguente seconda iscrizione, a sud-ovest, rappresenta un altro esempio di salvezza nell’uomo che sprofonda nella tempesta esistenziale: “…Gesù camminando sul mare porge la destra a Pietro che sprofonda: al comando del Signore cessò il vento…” (Matteo 14, 26-33); la terza iscrizione è quella a nord-est che allude probabilmente alla liturgia della lavanda dei piedi celebrata il giovedì santo, liturgia di origine ambrosiana e viva espressione del servizio del vescovo verso la sua comunità[xii]: “…Quando Gesù depose il mantello, mise acqua nella brocca e lavò i piedi ai discepoli…” (Giovanni 13, 4-5). Difatti al centro dell’iscrizione si legge il monogramma forse interpretato come “…Neon famulus…”: “Neone servo”[xiii]. Infine, sempre in accordo con la dottrina battesimale, abbiamo la quarta iscrizione a nord -ovest:  “…Il Signore mi ha condotto in un luogo di pascolo: mi ha portato ad acque di refrigerio…”(Salmo 23 [22], 2).

In tutta la scenografica decorazione musiva della cupola del battistero il messaggio liturgico e pastorale afferma la concezione trinitaria del Battesimo in funzione antiariana. Essa veniva ribadita anche dalla formula utilizzata durante il rito, caratterizzato dalla triplice immersione nella vasca: Ego te baptizo in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti[xiv]. L’impianto iconografico di tali mosaici ha come fulcro l’episodio raffigurato nel medaglione centrale: San Giovanni Battista battezza il Cristo, tenendo nell’altra mano la croce; il Salvatore è immerso nelle acque del Giordano ed è annunciato dalla Colomba dello Spirito Santo (Marco 1, 9-11). Purtroppo un restauro effettuato nella seconda metà del XIX sec. ha discutibilmente inserito il particolare della patera nelle mani di San Giovanni Battista. In origine il rito battesimale antico veniva impartito ponendo la mano sul capo del Messia. Con questi mosaici si conferisce piena espressione e realtà alla dogmatica ortodossa promossa dai vescovi ravennati. Il battesimo viene infine omaggiato dall’offerta delle corone auree di gloria e martirio compiuta dagli apostoli. Questi ultimi, sontuosamente abbigliati, si dispiegano ritmicamente in un corteo circolare su  uno sfondo blu oltremare. Essi sono completati dalla simbologia dei troni e degli altari che alludono alla Gerusalemme celeste[xv]. Gli apostoli indirizzano il loro sguardo verso Cristo-Oriente: vero Sole di Giustizia. Lo stesso atteggiamento esemplato dai discepoli deve essere imitato da tutti i battezzati[xvi].

Gli effetti cromatici e materiali escogitati dai mosaicisti, i contrasti di colore ottenuti con cubi di pasta vitrea, marmo e l’utilizzo della foglia d’oro e d’argento, sono tutti artifici tecnici già forse connessi all’estetica bizantina delle immagini, in base alla quale la funzione dei mosaici non era solo quella di istruire o spiegare, ma anche strumento primario di venerazione nella liturgia. In altre parole la preziosità delle tessere deve ricreare nel fedele la presenza fattiva della luce divina[xvii].

 

Filippo Trerè

Opera di Religione

della Diocesi di Ravenna

 

 

 

 

 

[i] G. Montanari, Mosaico, culto, cultura. La cultura religiosa nei mosaici delle basiliche ravennati, Ravenna 2000, p. 69.

[ii] G. Montanari, Cattedrali e basiliche ravennati maggiori, in Le cattedrali dell’Emilia-Romagna, a c. di G. Della  Longa, A. Marchesi, M. Valdinoci, Rovereto 2007, pp. 26-55 (particolarm. pp. 48-53); C.Rizzardi, Il mosaico. Ideologia e arte, Bologna 2011, pp.  69-80; E. Penni Iacco, La liturgia diventa arte. Il Battistero Neoniano e la Cattedra di Massimiano a Ravenna, Cesena 2017, pp. 55-76; G. Gardini, Battisteri ravennati: architettura, iconografia, liturgia, in Le dualitat de baptisteris en les ciutats episcopals del cristianisme tardoantic, atti del I° simposio di Archeologia Cristiana, Barcellona, 26-27 maggio 2016, a c. di J. Beltràn Heredia, C. Godoy Fernàndez, Barcellona 2017, pp. 31-46.

[iii] Penni Iacco, op. cit., p. 57; Montanari, Mosaico, culto, cultura, cit., p. 70.

[iv] G.Montanari, Ravenna. L’iconologia. Saggi di interpretazione culturale e religiosa dei cicli musivi, Ravenna 2002, pp. 107-111; Id., Cattedrali, cit., pp. 51-52; Penni Iacco, op. cit., pp. 65-73.

 

[v]S. Bottari, Il Battistero della Cattedrale di Ravenna, in “ VIII Corso di Cultura sull’arte ravennate e bizantina”, Ravenna 1960, pp. 7-12 (particolarm. p. 8); E. Russo, L’architettura di Ravenna paleocristiana, Venezia 2003, pp. 9-23.

[vi] Penni Iacco, op. cit., p. 65.

[vii] Montanari, Le cattedrali, cit., pp. 51-52.

[viii] Penni Iacco, op. cit., pp. 66-67.

[ix] Montanari, Cattedrali, cit., p.52; Penni Iacco, op. cit., p.66.

[x] G. Bovini, Note sulle iscrizioni e sui monogrammi della zona inferiore del Battistero della Cattedrale di Ravenna, in “Felix Ravenna”, 107-108 (1974), pp.89-130.

[xi] Le traduzioni sono state riprese da: Montanari, Mosaico, culto, cultura, cit., pp. 73-74.

[xii] Montanari, Ravenna. L’iconologia, cit., p. 110; G. Gardini, L’esperienza della luce nei mosaici ravennati: appunti sul battistero degli Ortodossi, in Architettura, Arte e Teologia: il simbolismo della luce nello spazio liturgico, a c. di J. Farebegoli, N. Valentini, Bologna 2013, pp. 161-170.

[xiii] Montanari, Mosaico, culto, cultura, cit., p. 74.

[xiv] Traduzione: “Io ti battezzo in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.

[xv] C. Rizzardi, La cristianizzazione dell’Adriatico: il messaggio dei mosaici parietali, in La cristianizzazione dell’Adriatico. Atti della 38° settimana di studi aquileiesi, 3-5 maggio 2007, a c. di G. Cuscito, Trieste 2008, pp. 401-433 (particolarm. pp. 410-411); Montanari, Mosaico, culto, cultura, cit., p. 72.

[xvi] Gardini, Battisteri ravennati, cit., p. 39.

[xvii] B. Finster, Mosaico, in Enciclopedia dell’arte medievale (1997) http://www.treccani.it