All’interno delle collezioni del Museo Arcivescovile di Ravenna accogliamo il visitatore alla scoperta della santità e della devozione femminile nei mosaici, anche attraverso alcune note sull’abbigliamento dell’epoca.

 

Nella cappella di Sant’Andrea

Nel sottarco di sinistra, nell’antica cappella privata di Sant’Andrea, commissionata dal vescovo Pietro II (494-519), possiamo ammirare sei busti di sante contraddistinte dal loro nome: Cecilia, Eugenia, Eufemia, Daria, Perpetua e Felicita.

Esse, assieme ai sei santi del sottarco di destra, rappresentano l’intenzione dei vescovi cattolici ravennati di difendere ed esaltare l’ortodossia glorificando i martiri della chiesa antica contro il pericolo dell’eresia ariana, diffusa ai tempi del regno ostrogoto di Teoderico (493-526) in Italia. Tale deviazione dal cristianesimo ufficiale, aveva messo in discussione la divinità di Cristo. Gli ariani riconoscevano nel Redentore solo la natura umana[i].

Le sante della cappella di Sant’Andrea sono rappresentate in posizione frontale, cioè ieratica. Queste donne esprimono nel loro volto un profondo sguardo contemplativo e una valorosa coerenza religiosa. La loro forza spirituale nella Fede in Cristo è esaltata entro clipei di un intenso blu che si schiarisce intorno al loro capo: “…quasi a formare un tenue alone di luce…”[ii]. Quattro di queste sante sono abbigliate in modo identico. Esse presentano un sontuoso “costume d’apparato”, tipico delle principesse bizantine, dove anche in questo caso il virtuosismo del mosaicista è subordinato allo scopo di suscitare il sentimento religioso del fedele. Secondo la concezione teologica bizantina tutto ciò che è sfarzoso diventa un’anticipazione della Vita Eterna. Queste sante indossano una veste dorata -chiamata dalmatica – ornata di lussuosi gioielli decorati di perle e di gemme. Esse portano un velo orlato di diademi a forma architettonica – il cosiddetto maphorion – sopra una cuffietta a calotta chiamata mitella. Fin dal primo quarto del III sec. d. C. san Tertulliano prescriveva che tutte le donne cristiane dovevano velare il capo in segno di rispetto. Il velo doveva essere lungo quanto i capelli sciolti, mentre le donne vergini – che solitamente avevano i capelli più corti – il maphorion poteva essere più ridotto[iii]. Nella cappella di Sant’Andrea solo due sante sono raffigurate in modo diverso: Daria e Felicita. La prima è senza velo sul capo con una capigliatura che presenta una scriminatura centrale e doppia come nelle vergini di Sant’Apollinare Nuovo. Difatti la santa rispecchia un modello iconografico tipicamente romano. Daria era una sacerdotessa vestale martirizzata nel 283 a Roma ai tempi dell’imperatore Numeriano (283-284). La sua festa è celebrata il 25 ottobre. La seconda santa abbigliata in modo diverso è Felicita. Ella si presenta molto più austera: una tunica intima bianca rivestita da una sopravveste e maphorion di colore viola. In questo caso il personaggio è stato identificato in santa Felicita schiava di Cartagine, martirizzata il 7 marzo 203 assieme alla padrona Perpetua (rappresentata insieme a lei nei mosaici)[iv].

Secondo la studiosa Patrizia Angiolini Martinelli – in base alla tipologia della veste – Felicita sarebbe invece una vedova con sette figli martirizzata a Roma ai tempi dell’imperatore Marco Aurelio (161-180). L’effigie di questa santa ricorda molto anche La Madonna con Bambino in Trono nel pannello musivo di età teodericiana che decora la basilica di Sant’Apollinare Nuovo[v].

Le sante della cappella di Sant’Andrea, assieme ai santi del sottarco di destra, diverranno quelle Litanie figurate che verranno riproposte nei mosaici della sontuosa processione delle vergini e dei martiri nella stessa Sant’Apollinare Nuovo. Questo ciclo fu realizzato per volontà dell’arcivescovo Agnello (556-569)[vi].

 

La Vergine Orante

Nel Museo Arcivescovile aggiungiamo un’ altra sacra immagine femminile: la cosiddetta Vergine Orante. Tale frammento musivo è sopravvissuto, assieme ad altri lacerti, dal crollo della decorazione absidale della primitiva cattedrale di Ravenna: la Basilica Ursiana. Questo ciclo figurativo, in base a sicuri dati epigrafici, fu eseguito per volontà dell’arcivescovo Geremia intorno al 1112[vii]. Seguendo un’illustrazione del 1741 dei mosaici distrutti, disegnata dall’architetto Gianfrancesco Buonamici, Maria si trovava collocata in posizione centrale: mediatrice fra Dio e gli uomini. Ella emerge da un giardino fiorito, con le palme delle mani rivolte in alto. Nello sfondo dorato, che conferisce alla Madonna una dimensione ultraterrena, spicca l’iscrizione latina “S[an]C[t]A MARIA”(‘Santa Maria’). La Madre di Dio è vestita con una tunica turchina trapuntata di croci dorate, con mitella e maphorion che le coprono il capo[viii]. La Vergine Orante, il cui sguardo trasmette un grande senso di umanità e dolcezza, è la più antica attestazione di devozione che la chiesa ravennate ha tributato nei confronti della Madonna Greca: il bassorilievo bizantino (fine dell’XI sec.) conservato nel santuario di Santa Maria in Porto. Una leggenda afferma che, all’alba dell’8 aprile 1100, tale icona marmorea fu portata da due angeli sulle rive del lido adriano vicino a Classe, alla presenza del Beato Pietro Degli Onesti. Egli sarà il fondatore del monastero di Santa Maria in Porto Fuori. La Madonna Greca è ricordata da Dante Alighieri in un celebre passo della Commedia: “in quel loco fu’ io Pietro Damiano,/ e Pietro peccator fu’ nella casa/di Nostra Donna in sul lito adriano” (Paradiso XXI, 121-123)[ix].

 

 

Filippo Trerè

Opera di Religione

della Diocesi di Ravenna

 

 

 

 

 

 

 

[i] S. Moretti, Un avamposto ariano. La Cappella privata dei vescovi di Ravenna, in Rex Theodericus. Il Medaglione d’oro di Morro d’Alba, a c. di C. Barsanti, A. Paribeni, S. Pedone, Roma 2008, pp. 145-153 (particolarm. p. 151) (www.academia.edu ); G. Gardini, in Le collezioni del Museo Arcivescovile di Ravenna, a c. dell’Opera di Religione della Diocesi di Ravenna, con scritti di G. Fanti-G. Gardini-G. Grillini-P. Novara, Ravenna 2011, pp. 54-68; C. Rizzardi, Il mosaico a Ravenna. Ideologia e arte, Bologna 2011, pp. 106-115 (particolarm. pp. 113-114).

[ii] Rizzardi, Il mosaico, cit., p. 113.

[iii] P. Angiolini Martinelli, Il costume femminile nei mosaici ravennati, in “Corsi di Cultura sull’Arte Ravennate e Bizantina”, Ravenna 16-29 marzo 1969, pp. 7-64 (particolarm. pp. 10-16); Rizzardi, Il mosaico, cit., p. 114.

[iv] Le donne nei mosaici di Ravenna (a c. di Monsignor Guido Marchetti), Opera di Religione della Diocesi di Ravenna, 2015, pp. 47-49.

[v] Angiolini Martinelli, Il costume femminile, cit., pp. 14-15.

[vi] G. Gardini, Immagini di santità. Litanie figurate nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, in Le donne nei mosaici, cit., pp. 63-67.

[vii] Rizzardi, Il mosaico a Ravenna, cit., pp. 169-176; G. Gardini, in Le collezioni del Museo Arcivescovile, cit., pp. 143-144; Id., I frammenti musivi dell’antica basilica Ursiana presso il Museo Arcivescovile di Ravenna: note iconografiche e museali, in Atti del XIX Colloquio dell’Associazione Italiana per lo Studio e la Conservazione del Mosaico, Isernia, 13-16 marzo 2013, Tivoli 2014, pp. 553-563.

[viii] Angiolini Martinelli, Il costume femminile, cit., pp. 60-64.

[ix] C. Rizzardi, La “Madonna Greca” di Ravenna nella cultura artistica, nella leggenda e nella memoria storica della città, in Deomene. L’immagine dell’orante fra Oriente e Occidente, a c. di A. Donati, G. Gentili, catalogo della mostra, Milano 2001 pp. 44-47; G. Gardini, Maria nei mosaici ravennati, in Le donne nei mosaici, cit., pp. 69-71.