La più antica testimonianza figurativa della Madonna nei mosaici ravennati si trova nella basilica di Sant’Apollinare Nuovo: la Madonna con Bambino in Trono e quattro Arcangeli[i]. Tale mosaico faceva parte della colta committenza del re ostrogoto Teoderico (493-526), allorquando l’edificio sacro fungeva da cappella palatina dedicata al Nostro Signore Gesù Cristo per le funzioni religiose e civili della corte[ii]. Maria è rappresentata nella parete nord della navata centrale, secondo un’austera immagine di Maiestas Domini di sapore regale: indossa mantello e maphorion color porpora ed è seduta su un sontuoso trono gemmato[iii]. La Vergine tiene in braccio il Bambino Gesù, ritratto con lo sguardo consapevole del proprio destino messianico. Dalla parte opposta, nella parete sud, è immortalato il Cristo in Trono con quattro Arcangeli abbigliato in analoga veste imperiale da Basileus, sempre color porpora[iv]. L’iconografia di Maria e di Gesù doveva rispondere all’ideologia e all’ambizioso programma politico e culturale di Teoderico re degli ostrogoti e dei romani[v]. Nei mosaici di Sant’Apollinare Nuovo emergeva velatamente quel messaggio ariano che aveva messo in discussione la divinità di Cristo. Egli per gli ostrogoti presentava solo la natura umana[vi]. Anche se ancora, sugli effettivi rapporti figurativi fra i mosaici di età ostrogota e la religione ariana permangono diversi contrasti e proposte difformi fra gli studiosi[vii]. Difatti i teologi ariani, che pure negavano la maternità divina di Maria, non presero mai una posizione netta in proposito[viii]. Dopo la conquista bizantina di Ravenna (540) e la riconciliazione ‘cattolica’ degli edifici ecclesiastici ariani ad opera dell’arcivescovo Agnello (556-569), a Sant’Apollinare Nuovo i mosaici considerati i più dichiaratamente compromettenti – vale a dire quelli che verosimilmente illustravano personaggi della corte e del clero ariano – furono sostituiti con altri personaggi[ix]. Al posto dei mosaici di età teodericiana le Sante Vergini e i Re Magi riconoscevano nei loro doni Maria e il Redentore: il Logos incarnato, Vero Dio e Vero Uomo[x]. Furono i concili di Efeso (431) e di Calcedonia (451) che cercarono, contro i pericoli di qualsiasi eresia, di fissare una volta per tutte il dogma della divina maternità di Maria: definita Theotókos (‘Madre di Dio’). A tal fine il vescovo di Ravenna Ecclesio (522-532), fondatore della basilica di San Vitale, è ricordato dal protostorico ravennate Andrea Agnello (prima metà del IX sec.), per aver fatto costruire nel 526 anche la vicina basilica di Santa Maria Maggiore. Al suo interno, nella volta absidale, campeggiava la Madonna in Trono con Bambino. Tale icona era completata in basso da un’epigramma di consacrazione in latino che esaltava in Maria la sua verginità e divina maternità: “…Verbi Genetrix et virgo perennis/Auctorisque sui facta parens Domini…(trad.: ‘Genitrice del Verbo ed eternamente Vergine, e fu fatta Madre del Signore che l’aveva creata’)[xi]. Questa invocazione mariana, secondo la storica dell’arte Laura Pasquini, ispira il Sommo Poeta Dante Alighieri (1265-1321) quando a Ravenna completa la sua Commedia[xii]. E’ l’inno di lode che San Bernardo eleva a Maria nel paradiso: “…Vergine Madre, figlia del tuo figlio,/ umile e alta più che creatura,/termine fisso d’eterno consiglio,/ tu se’ colei che l’umana natura/ nobilitato si,  che ‘l suo fattore/ non disdegno’ di farsi sua fattura…” (Paradiso XXXIII, 1-6)[xiii]. Purtroppo il mosaico che decorava tale Madonna in maestà[xiv] nella basilica di Santa Maria Maggiore a Ravenna andò distrutto nel 1550[xv].

Un’altra significativa icona mariana è documentata dalla Vergine Orante esposta nel Museo Arcivescovile. Essa fa parte dei superstiti sei frammenti musivi (1112) che rivestivano l’abside della primitiva cattedrale di Ravenna: la Basilica Ursiana[xvi]. Il monumentale ciclo di mosaici, commissionato dall’arcivescovo Geremia (1110-1117), era incentrato sulla funzione della Madonna expansis manibus, cioè con le palme delle mani rivolte in preghiera al Cielo[xvii]. Dagli storici dell’arte questa immagine è stata posta in relazione con la celebre Madonna Greca, bassorilievo di età bizantina (della fine dell’XI sec.) conservato nel Santuario di Santa Maria in Porto a Ravenna. La versione musiva, contraddistinta dall’iscrizione latina “S[an]C[t]A MARIA”(‘Santa Maria’), è la più antica memoria iconografica che la chiesa di Ravenna ha tributato alla miracolosa icona marmorea[xviii]. La leggenda vuole che la Madonna Greca fu portata dagli angeli sul lido adriano all’alba dell’8 aprile 1100 alla presenza del beato Pietro Degli Onesti[xix]. L’iconografia della Vergine Orante, vestita con un manto turchino su sfondo dorato, ha un’origine nella devozione bizantina. Tale immagine è una variante della Blachernitissa[xx]. L’imperatrice bizantina Pulcheria (450-453) ordina di costruire a Costantinopoli la basilica di Santa Maria delle Blacherne al fine di costudire la sacra reliquia del mantello della Vergine. Al suo interno doveva figurare probabilmente un mosaico con la Madonna che recava sul petto un clipeo (medaglione) contenente il ritratto del Bambino Gesù. La Vergine pregava con le mani rivolte al Cielo, come a Ravenna. Nel 626 tale icona salvò  la capitale dell’impero romano d’Oriente dall’assedio degli Avari. Per cui l’immagine sacra divenne la protettrice dell’impero, simbolo di vittoria contro i nemici dello stato. Una sua replica dipinta fu esposta dalla corte imperiale sulle mura di Costantinopoli. Il culto si diffuse anche nella bizantina Ravenna. Forse l’esarca Teodoro (678-687) fondò, alle porte della città, la scomparsa chiesa di Santa Maria delle Blacherne. L’edificio si ergeva, assieme ad un monastero, nell’abitato di Cesarea situato fra Ravenna e Classe[xxi]. Il protostorico ravennate Andrea Agnello fu abate di quel complesso religioso ancora esistente ai suoi tempi, nella prima metà del IX sec. Agnello racconta che lo stesso esarca Teodoro donò per l’altare dedicato alla Madonna, dentro alla chiesa, una preziosa coperta color porpora sfarzosamente istoriata con storie sacre dell’Antico Testamento[xxii]. L’edificazione di questa chiesa di Santa Maria delle Blacherne, per ordine di un esarca, significava che anche Ravenna (come Costantinopoli) voleva mettersi sotto la protezione della Madonna contro un nemico esterno: i Longobardi[xxiii]. In tal senso scrive lo storico dell’arte Carlo Bertelli: “…Non possiamo nemmeno immaginare la chiesa delle Blacherne, a Ravenna, senza un’icona che replicasse la celebre immagine di Costantinopoli…[xxiv]. Per cui è lecito supporre che la Vergine Orante nel Museo Arcivescovile doveva forse richiamare alla memoria dei fedeli ravennati anche qualche altra icona di grande rilevanza per il culto e la liturgia locale in seguito scomparsa. Ad esempio un’altra versione di questa iconografia era anticamente visibile in un affresco devozionale collocato in un’edicola nell’attuale via Alfredo Oriani. Questa strada ancora nel XVIII sec. era intitolata alla Santa Maria di Costantinopoli[xxv].

 

 

Filippo Trerè

Opera di Religione

della Diocesi di Ravenna

 

 

[i] G. Montanari, Cattedrali e basiliche ravennati maggiori, in Le cattedrali dell’Emilia-Romagna, a c. di G. Della  Longa, A. Marchesi, M. Valdinoci, Rovereto 2007, pp. 38-43; E. Penni Iacco, L’arianesimo nei mosaici di Ravenna, Ravenna 2011, pp. 49-50; figg. 5-6; C. Rizzardi, Il mosaico a Ravenna. Ideologia e arte, Bologna 2011, pp. 87-106; G. Gardini, Maria nei mosaici ravennati, in Le donne nei mosaici di Ravenna (a c. di Monsignor Guido Marchetti), Opera di Religione della Diocesi di Ravenna, 2015, pp. 69-71.

[ii] Montanari, Cattedrali, cit., p.39.

[iii] C. Bertelli, Maria, in Enciclopedia dell’arte antica (1961), http://www.treccani.it ; G. Montanari, Ravenna. L’iconologia. Saggi di interpretazione culturale e religiosa dei cicli musivi, Ravenna 2002, p. 112.

[iv] Rizzardi, Il mosaico, cit., pp. 98; pp. 100-103.

[v] G. Montanari, Teoderico, in Storia illustrata di Ravenna, vol. I, a c. di C. Giovannini, Milano 1989, pp. 193-208; C. Azzara, Teoderico, Bologna 2013.

[vi] C. Rizzardi, La cristianizzazione dell’Adriatico: il messaggio dei mosaici parietali, in La cristianizzazione dell’Adriatico. Atti della 38° settimana di studi aquileiesi, 3-5 maggio 2007, a c. di G. Cuscito, Trieste 2008, pp. 401-433 (particolarm. pp. 411-415); Penni Iacco, op. cit., p. 52; Rizzardi, Il mosaico, cit., pp. 102-103.

[vii] M. Simonetti, Arianesimo, in Enciclopedia dell’arte medievale (1991), http://www.treccani.it ; Montanari, Ravenna. L’iconologia, cit., pp. 127-131; pp. 193-194.

[viii] E. Peretto, Mariologia Patristica, in Complementi interdisciplinari di Patrologia, a c. di A. Quacquarelli, Roma 1989, p. 722.

[ix] G. Cortesi, Sant’Apollinare Nuovo in Ravenna, Ravenna 1975, pp. 56-57; I. Baldini Lippolis, La Processione dei Martiri in S. Apollinare Nuovo, in Martiri, Santi, patroni: per una archeologia della devozione, Atti del X Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana,  Università della Calabria, Aula Magna, 15-18 settembre 2010, a c. di A. Coscarella, P. De Santis, Arcavacata di Rende 2012, pp. 383-397.

[x] F. Gerke, Nuove indagini sulla decorazione musiva della Chiesa ravennate di S. Apollinare Nuovo, in “Felix Ravenna”, CIII- CIV (1972), pp. 113-209 (particolarm. pp. 140-143; pp. 146-147; p. 182).

[xi] Il Libro di Agnello Istorico. Le vicende di Ravenna antica fra storia e realtà, traduzione e note di M. Pierpaoli, Ravenna 1988, p. 83.

[xii] L. Pasquini, Iconografie dantesche. Dalla luce del mosaico all’immagine profetica, Ravenna 2008, pp. 35-37.

[xiii] Divina Commedia, introduzione di I. Borzi. Commento a c. di G. Fallani, S. Zennaro, Roma 2006, p. 641.

[xiv] Bertelli, Maria, cit.

[xv] G. Rossi, Storie ravennati, traduzione di M. Pierpaoli, Ravenna 1996, pp. 164-165; Rizzardi, Il mosaico, cit., pp. 119-122; Gardini, op. cit., p. 69.

[xvi] C. Rizzardi, Il romanico monumentale e decorativo a Ravenna e nel suo territorio, in Storia di Ravenna. III. Dal mille alla fine della signoria polentana, a c. di A. Vasina, Venezia 1993, pp. 447-480 (particolarm. pp. 464-466); Ead., Il mosaico, cit., pp. 172-173; Gardini, op. cit., p. 71.

[xvii] P. Filacchione, L’orante cristiana tra simbologia e iconografia del reale, “Salesianum”, 67 (2005), pp. 157-169 (particolarm. pp. 167-168).

[xviii] F. Trerè, Le donne del Museo Arcivescovile, in http://www.ravennamosaici.it/blog/

[xix] G. Morini, La Madonna venuta dall’Oriente, Ravenna 1995, pp. 41-43; C. Rizzardi, La “Madonna Greca” di Ravenna nella cultura artistica, nella leggenda e nella memoria storica della città, in Deomene. L’immagine dell’orante fra Oriente e Occidente, a c. di A. Donati, G. Gentili, catalogo della mostra, Milano 2001, pp. 44-47.

[xx] S. Pasi, Deomene. La Vergine orante nella cultura artistica bizantina, in Deomene, cit., pp. 27-29.

[xxi] F. Deichmann, Studi sulla Ravenna scomparsa, in “Felix Ravenna”, cit., pp. 70-75; P. Novara, Ravenna medievale. Chiese e altri edifici di culto. Note di storia e archeologia, Venezia 2016, pp. 17, 20.

[xxii] Il Libro di Agnello Istorico, cit., pp. 139, 197.

[xxiii] Deichmann, op. cit., p. 72.

[xxiv] C. Bertelli, Testimonianze dell’arte a Ravenna dal regno goto all’esarcato, in Santi, banchieri, re. Ravenna e Classe nel VI secolo. San Severo il tempio ritrovato, a c. di  A. Augenti, C. Bertelli, catalogo della mostra, Ravenna 2006, p. 31.

[xxv] G. Morini, Stradario storico di Ravenna, Ravenna 1986, pp. 192-193.