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Mausoleo di Galla Placidia2019-05-27T14:05:50+00:00

Presentazione

Il mausoleo di Galla Placidia e la basilica di San Vitale sono alleati e rivali al tempo stesso: San Vitale consola i visitatori che escono da Galla Placidia ancora non paghi di tanta bellezza, e sembra quasi dir loro di non disperare, perché il bello deve ancora venire; Galla Placidia consola i visitatori che escono da San Vitale ancora non paghi di tanta bellezza, e sembra quasi dir loro di non disperare, perché il bello deve ancora venire. Da che parte sta la ragione, dunque? Chi di loro mente?

La verità è dalla parte di entrambi, così come la Bellezza. Nessuno dei due monumenti si visita: entrambi si esperiscono, entrambi ti ammutoliscono. Sia i muri di Galla Placidia che di San Vitale, con i loro mosaici, sono patrimonio UNESCO; eppure, dovrebbe esserlo anche il loro silenzio, quella calda carezza spirituale che avvolge il visitatore sin dal primo momento. A Galla Placidia e San Vitale non si entra così e basta: ci si affaccia dapprima timidamente, quasi facendo capolino con la testa; poi, una volta acquisita una certa sicurezza (quasi una voce fuori campo ci avesse sussurrato OK, PUOI ENTRARE) il limes viene varcato, la soglia oltrepassata. Ed è allora che si intravede il Paradiso.

Uno scrigno

A pochi passi da San Vitale, all’ombra di quell’immenso platano centenario che in autunno si colora d’oro (proprio come i mosaici che accarezza ogni giorno con i suoi rami), si trova un autentico «scrigno», la cui porta rappresenta una sorta di breccia che collega Terra e Cielo: il mausoleo di Galla Placidia. L’orditura architettonica dell’edificio, spartana e semplice, in contrasto con lo sfarzo delle decorazioni interne (realizzate da un raffinato pictor imaginarius), intende evocare il vivere del buon cristiano, semplice nell’apparenza esterna e ricco nell’anima.

L’abate Suger, Plotino e il Paradiso

Entrare nel mausoleo di Galla Placidia è come varcare la soglia dell’aldilà, l’anticamera del Paradiso; quel Paradiso che in epoca medievale l’abate Suger (1081-1151), studioso della filosofia neoplatonica, auspicava per le sue cattedrali (a partire da quello che fu il suo «esperimento gotico», Saint Denis): la luce divina deve riflettersi nel preziosismo terreno dei materiali, nella loro levigatezza, così da far pregustare in terra l’oro di Dio, spirito puro, liberato dalla materia corruttibile. Mano a mano che si ascende, ci si libera della materia e si fa esperienza di luce-spirito, leggera, evanescente, scarnificata.
Eppure, il mausoleo di Galla Placidia (così come San Vitale e tutti i monumenti UNESCO di Ravenna), ha messo in opera le riflessioni di Suger almeno sei secoli prima.

Un po’ di storia

Edificato a metà del V secolo quale terminazione del nartece della chiesa di Santa Croce (da cui fu separato nel 1602), il mausoleo avrebbe dovuto ospitare le spoglie mortali di Galla Placidia; figlia di Teodosio il Grande, sorella di Onorio e madre del giovanissimo Valentiano III, ella fu governante reggente in luogo del figlio, a cui era stato affidato il governo dell’Impero Romano d’Occidente. In realtà, Galla, che morì nel 450, fu sepolta non a Ravenna bensì a Roma, probabilmente nella tomba di famiglia.

Ed entrammo a vedere le stelle

Dato l’impianto dell’edificio, cruciforme, e la destinazione originaria, non è difficile riconoscere nel programma iconografico interno un unico ed epifanico messaggio: il trionfo della Croce sulla morte. La decorazione si articola in molteplici scene, da leggere in senso ascensionale; nei pennacchi della cupola sono effigiati i quattro zodia o esseri viventi simboleggianti gli evangelisti, i banditori del Logos ai quattro angoli del mondo: il leone (san Marco), il vitello (san Luca), l’uomo (san Matteo), l’aquila (san Giovanni); nei lunettoni a sostegno della cupola compaiono gli Apostoli disposti a coppie, i quali elevano la mano acclamante verso l’alto, la Crux sancta et invicta che corona la cupola, circondata da decine di stelle e rivolta ad Est, perché da Oriente Cristo verrà per risorgere i morti. La Croce ritorna altre due volte nel mausoleo: nella lunetta che sormonta la porta di accesso, con il Buon Pastore tra le pecore e, in corrispondenza, nella lunetta con san Lorenzo che si dirige al martirio, portando la Croce, simbolo della vittoria escatologica della Fede e della Parola (i quattro vangeli contenuti nell’armadio) sulle cose del mondo; a san Lorenzo si ritiene che fosse infatti intitolato il sacello in origine. Un altro elemento ricorrente è il tema dell’acqua come fonte di vita: tra ogni coppia di apostoli sono rappresentate colombe che si abbeverano a cantharoi da cui zampilla acqua; analogamente, nelle due lunette ad est ed ovest si ammirano coppie di eleganti cervi che, sullo sfondo di tralci d’acanto, si abbeverano ad un laghetto, secondo i versi del salmo XLII: «Come il cervo si abbevera alla fonte, così la mia anima anela a te, o mio Dio».

A pochi passi da San Vitale, all’ombra di quell’immenso platano centenario che in autunno si colora d’oro (proprio come i mosaici che accarezza ogni giorno con i suoi rami), si trova un autentico «scrigno», la cui porta rappresenta una sorta di breccia che collega Terra e Cielo: il mausoleo di Galla Placidia. L’orditura architettonica dell’edificio, spartana e semplice, in contrasto con lo sfarzo delle decorazioni interne (realizzate da un raffinato pictor imaginarius), intende evocare il vivere del buon cristiano, semplice nell’apparenza esterna e ricco nell’anima.

Entrare nel mausoleo di Galla Placidia è come varcare la soglia dell’aldilà, l’anticamera del Paradiso; quel Paradiso che in epoca medievale l’abate Suger (1081-1151), studioso della filosofia neoplatonica, auspicava per le sue cattedrali (a partire da quello che fu il suo «esperimento gotico», Saint Denis): la luce divina deve riflettersi nel preziosismo terreno dei materiali, nella loro levigatezza, così da far pregustare in terra l’oro di Dio, spirito puro, liberato dalla materia corruttibile. Mano a mano che si ascende, ci si libera della materia e si fa esperienza di luce-spirito, leggera, evanescente, scarnificata.
Eppure, il mausoleo di Galla Placidia (così come San Vitale e tutti i monumenti UNESCO di Ravenna), ha messo in opera le riflessioni di Suger almeno sei secoli prima.

Edificato a metà del V secolo quale terminazione del nartece della chiesa di Santa Croce (da cui fu separato nel 1602), il mausoleo avrebbe dovuto ospitare le spoglie mortali di Galla Placidia; figlia di Teodosio il Grande, sorella di Onorio e madre del giovanissimo Valentiano III, ella fu governante reggente in luogo del figlio, a cui era stato affidato il governo dell’Impero Romano d’Occidente. In realtà, Galla, che morì nel 450, fu sepolta non a Ravenna bensì a Roma, probabilmente nella tomba di famiglia.

Dato l’impianto dell’edificio, cruciforme, e la destinazione originaria, non è difficile riconoscere nel programma iconografico interno un unico ed epifanico messaggio: il trionfo della Croce sulla morte. La decorazione si articola in molteplici scene, da leggere in senso ascensionale; nei pennacchi della cupola sono effigiati i quattro zodia o esseri viventi simboleggianti gli evangelisti, i banditori del Logos ai quattro angoli del mondo: il leone (san Marco), il vitello (san Luca), l’uomo (san Matteo), l’aquila (san Giovanni); nei lunettoni a sostegno della cupola compaiono gli Apostoli disposti a coppie, i quali elevano la mano acclamante verso l’alto, la Crux sancta et invicta che corona la cupola, circondata da decine di stelle e rivolta ad Est, perché da Oriente Cristo verrà per risorgere i morti. La Croce ritorna altre due volte nel mausoleo: nella lunetta che sormonta la porta di accesso, con il Buon Pastore tra le pecore e, in corrispondenza, nella lunetta con san Lorenzo che si dirige al martirio, portando la Croce, simbolo della vittoria escatologica della Fede e della Parola (i quattro vangeli contenuti nell’armadio) sulle cose del mondo; a san Lorenzo si ritiene che fosse infatti intitolato il sacello in origine. Un altro elemento ricorrente è il tema dell’acqua come fonte di vita: tra ogni coppia di apostoli sono rappresentate colombe che si abbeverano a cantharoi da cui zampilla acqua; analogamente, nelle due lunette ad est ed ovest si ammirano coppie di eleganti cervi che, sullo sfondo di tralci d’acanto, si abbeverano ad un laghetto, secondo i versi del salmo XLII: «Come il cervo si abbevera alla fonte, così la mia anima anela a te, o mio Dio».

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