La cattedra d’avorio, conservata nel Museo Arcivescovile di Ravenna, incarna l’autorità pastorale del vescovo Massimiano[i] che nel 546 si apprestava a reggere la chiesa locale[ii]. Questo seggio episcopale nelle formelle intagliate nell’avorio illustra storie di Cristo fermamente volute dalla cultura teologica e catechetica dello stesso Massimiano, originario di Pola. Nella parte interna del bancale si possono osservare episodi che si adattano perfettamente al tempo liturgico del Natale e dell’Epifania del Signore. Si tratta delle formelle che raffigurano la Natività e l’Adorazione dei Magi. La prima narra un episodio – tratto dal protovangelo apocrifo di Giacomo – dove Maria ha appena guarito la levatrice Salomè alla quale le si era inaridita una mano: non aveva cioè creduto che la Vergine portava nel suo grembo il Dio incarnato. Questo tema riprende la polemica antiariana per riaffermare il dogma della divinità di Cristo. Un secolo prima un altro vescovo ravennate San Pietro Crisologo (426 – 450), nei suoi Sermoni sull’Avvento e sul tempo del Natale[iii] ribadiva gli stessi concetti: “…Quando la Vergine concepisce, vergine partorisce e vergine rimane. Non rientra nell’ordine della natura, ma dei segni divini. Non c’entra la ragione, ma la potenza superiore, non la natura, ma il Creatore. Non è cosa normale, ma singolare; è un fatto divino, non umano…”[iv].

Nel 1774 il sacerdote e cultore d’antichità don Carlo Trivulzio acquista a Milano, da un antiquario romano, una tavoletta eburnea con la Natività e la Guarigione di Salomè da un lato e l’Ingresso a Gerusalemme dall’altro[v]. Don Trivulzio lascia un prezioso manoscritto illustrato (oggi conservato nella Biblioteca Trivulziana presso il Castello Sforzesco di Milano) dove esamina attentamente la formella riconoscendovi iconograficamente la provenienza da Ravenna e l’ispirazione dai vangeli apocrifi: “…Questo antico inestimabile sacro monumento eburneo della cattedra vescovile di Ravenna viene adonque a essere vicinissimo al tempo in cui ebbero fine i consoli ordinari […]. Ne deriva giustamente che la presente tavoletta, come parte di quel sacro seggio, viene a godere la medesima estimazione: ed ecco come io possa giustamente gioire di essere al possesso di un sacro avorio vicinissimo all’età de’ dittici consolari…”. Dopo essere passata nella collezione Trotti di Locate Trivulzio, nel 1898 la tavoletta fece parte della collezione del conte Gregorio Stroganoff, il quale – grazie anche all’intervento del soprintendente ravennate Corrado Ricci – nel 1903 donò la formella a Ravenna[vi].

La seconda formella rappresenta la Vergine seduta in trono su un suppedaneo che mostra il Bambino che si protende verso i Re Magi, con un Arcangelo e San Giuseppe nello sfondo. In alto, come nel precedente episodio della Natività, compare la stella che indica il luogo della nascita del Salvatore. Purtroppo la scena a fianco con l’adorazione dei tre Magi[vii], è dispersa. Secondo le ricerche storiche di Carlo Cecchelli, nel 1743 la formella perduta fu acquistata dal sacerdote ed erudito ferrarese Girolamo Baruffaldi, quando era vicario generale a Ravenna. Lo stesso Cecchelli si augurava che la tavoletta d’avorio scomparsa “un bel giorno riscappi fuori da una privata raccolta”[viii]. Questa epifania figurata ispira ancora la successiva arte medievale a Ravenna, di gusto ‘bizantineggiante’. Monsignor Mazzotti identificava un’analoga scena in un bassorilievo di marmo greco con l’Adorazione dei Magi, assieme a (forse) San Giovanni che riceve dall’Angelo il Libro dell’Apocalisse e San Pietro[ix]. Tale scultura si trova esposta in fondo alla navata destra della basilica di San Giovanni Evangelista[x]. Purtroppo anche in questo caso l’episodio con i Re Magi è mutilo: compare solo un braccio che dona un vasetto semisferico alla Vergine che – assisa in un trono con sgabello – tiene il Bambino. Il frammento secondo Mazzotti era un pluteo, ovvero faceva parte del recinto presbiteriale della cattedra marmorea dell’abate benedettino di San Giovanni Evangelista Benvenuto. Questo seggio è ancora utilizzato nell’altare maggiore della basilica. Nel retro recita  l’iscrizione latina con  la data “MCCLXVII” (1267).

 

 

Filippo Trerè

Opera di Religione 

della Diocesi di Ravenna

 

 

 

[i] G. Bovini, La Cattedra eburnea del vescovo Massimiano di Ravenna, Ravenna 1990, p. 13.

[ii] G. Montanari, Mosaico, culto, cultura. La cultura religiosa nei mosaici delle basiliche ravennati, Ravenna 2000, pp. 79-82; G. Gardini, in Le collezioni del Museo Arcivescovile di Ravenna, a cura dell’Opera di Religione della Diocesi di Ravenna, Ravenna 2011, pp. 73-83.

[iii] E. Penni, La liturgia diventa arte. Il Battistero Neoniano e la Cattedra di Massimiano a Ravenna, Cesena 2017, pp. 27-29, 31-38.

[iv] Sermone 148.

[v] F. Tasso, Il codice N 9 C 88-89 della Biblioteca Trivulziana di Milano: un importante manoscritto di don Carlo Trivulzio sulla cattedra di Massimiano, in “Libri e Documenti”, XXXVIII, 2012, pp. 107-116, http://www.academia.edu.

[vi] M. Pontone, Collezionismo di avori in Casa Trivulzio nella seconda metà del Settecento, in “Libri e Documenti”, cit., pp. 81-105.

[vii] M. G. Chiappori, Magi, in Enciclopedia dell’Arte Medievale (1997), in http://www.treccani.it .

[viii] C. Cecchelli, La cattedra di Massimiano ed altri avorii romano-orientali, Roma 1935-1936, p. 184.

[ix] M. Mazzotti, Sculture inedite di S. Giovanni Evangelista di Ravenna, in “Felix Ravenna” 5-6, CV-CVI, 1973, pp. 220, 222-225.

[x] F. Trerè, Appunti per una storia della scultura del Trecento a Ravenna, in “Romagna. Arte e Storia”, 95, 2012, pp. 26-30.