Il cardinale e teologo Gianfranco Ravasi, riguardo alla festività dell’Epifania, afferma che è “…una rivelazione aperta a tutti, un incontro di salvezza al termine di un cammino di ricerca…[i]. Allo stesso modo siamo stati accompagnati dai Re Magi nei cinque appuntamenti intitolati “Un Cammino di Speranza”, percorso narrativo e figurativo nell’arte cristiana dei monumenti diocesani di Ravenna guidato nei ‘social’ durante il periodo di Avvento e natalizio da don Lorenzo Rossini, delegato ai Beni Culturali Ecclesiastici dell’Archidiocesi di Ravenna-Cervia. I Re Magi, sacerdoti e astronomi persiani o caldei, fissano la stella per cercare il Salvatore[ii].

 

I Re Magi a Sant’Apollinare Nuovo

Proviamo ad approfondire alcuni dei temi proposti. Riprendiamo il nostro percorso dalla più celebre rappresentazione dei tre Re Magi a chiusura della Teoria delle Vergini nella basilica di Sant’Apollinare Nuovo, originariamente commissionata nella funzione di cappella palatina dal re Teoderico (493-526)[iii].

L’episodio con i  tre Re Magi è stato inserito in un momento successivo al regno ostrogoto, dopo la conquista bizantina di Ravenna nel 540. Infatti l’arcivescovo Agnello (556-569) fece eliminare nei mosaici immagini e personaggi della corte ostrogota sostituendoli con nuove rappresentazioni[iv].

Sontuosamente abbigliati allo stesso modo di cortigiani bizantini, con il caratteristico berretto frigio, i Magi offrono rispettosamente i loro doni con le mani velate e seguono la stella: “…Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il Bambino…”  (Matteo 2, 1-11). Essi sono contraddistinti in alto dal loro nome in latino: Baldassarre, Melchiorre e Gaspare[v].

Secondo la tradizione letteraria cristiana i doni che recano tali personaggi fanno riferimento al riconoscimento della natura divina di Gesù:

  • l’oro è un omaggio a Cristo Re dell’Universo;
  • l’incenso simboleggia il Cristo sacerdote;
  • la mirra prefigura la morte di Gesù[vi].

I Magi incedono con la loro offerta verso il riquadro successivo che illustra la Madonna con Bambino in Trono e quattro Arcangeli, di età teodericiana[vii]. L’inserimento da parte dell’arcivescovo Agnello dell’iconografia dei tre Re Magi stravolge il senso originale dell’immagine seguente: essi, infatti, sottolineano la divina regalità di Cristo, donando alla Vergine l’appellativo di Theotókos – la cui traduzione dal greco significa ‘Madre di Dio’ – e che fu un titolo definito dalla chiesa cattolica contro l’eresia ariana di Teoderico che mise in discussione la medesima natura divina del Messia, evidenziando solo quella umana[viii].

 

La prova delle acque amare nella cattedra di Massimiano

Questo rarissimo seggio episcopale, realizzato durante l’episcopato di Massimiano a Ravenna (546-556), offre una formidabile catechesi per immagini[ix]. Poniamo la nostra attenzione su alcune formelle che illustrano le Storie dell’Infanzia di Gesù intagliate all’interno dello schienale. Si tratta del raro soggetto iconografico della Prova delle acque amare posto nel registro inferiore. Tale episodio raffigura Maria e Giuseppe obbligati a bere una coppa d’acqua velenosa scaturita dalla sottostante fonte. Se essi rimarranno sani e salvi – come poi accadde – significa agli occhi del popolo e del Sommo Sacerdote che la accusava, che effettivamente Maria porta in grembo il Figlio del Dio incarnato. Sullo sfondo è presente l’angelo che certifica il miracoloso evento. Questo episodio, consueto nell’arte bizantina,  è stato tratto dal protovangelo apocrifo di Giacomo. In quell’ epoca i vangeli apocrifi erano un repertorio molto utilizzato dai vescovi e dagli artisti per il loro carattere spiccatamente descrittivo. Tali testi erano cioè funzionali dal punto di vista didattico per fare arrivare alla mente e al cuore dei fedeli complessi contenuti dogmatici[x]. L’esempio offerto dalla cattedra d’avorio risulta particolarmente significativo: Dio si è fatto uomo in una Vergine senza peccato[xi].

 

Due Natività a confronto nel museo Arcivescovile

Concentriamo ancora la nostra attenzione sulla cattedra di Massimiano e sulle Storie dell’Infanzia di Gesù. Sempre nella parte interna dello schienale, nel secondo registro, è intagliata un’inconsueta Natività. La formella è suddivisa in due sequenze narrative: in alto san Giuseppe accudisce amorevolmente il Bambino appena nato accanto al bue e all’asinello e alla presenza della stella e dell’angelo; in basso Maria, spossata dopo le doglie del parto, rivolge la parola ad una giovane donna che le mostra disperata il braccio destro paralizzato al fine di essere guarita. Quest’ultima è Salomè, l’ostetrica della Vergine che dubitò che Gesù fosse realmente il Figlio di Dio. La vicenda di Salomè è ancora una volta tratta dal protovangelo di Giacomo. Anche qui il vescovo di Ravenna Massimiano ha voluto esaltare la Divina Maternità della Vergine contro ogni dubbio o eresia[xii].

Nella formella successiva troviamo solo una scena della Adorazione dei Magi suddivisa originariamente in due tavolette. Purtroppo proprio quella, a destra, che doveva raffigurare i tre Magi protesi verso la Sacra Famiglia è ritenuta dispersa[xiii]. Rimane a sinistra solo la Vergine in Trono con il Bambino alla presenza di san Giuseppe, della stella e di un angelo. Comunque anche tale episodio mutilo ci fa meditare sul Mistero dell’Incarnazione e sull’Epifania di Gesù: la sua divina manifestazione[xiv]. Come afferma la storica dell’arte Emanuela Penni, un secolo prima un altro vescovo ravennate san Pietro Crisologo (426 – 450), nei suoi Sermoni sull’Avvento e sul tempo del Natale,[xv] ribadiva gli stessi concetti: “…Quando la Vergine concepisce, vergine partorisce e vergine rimane. Non rientra nell’ordine della natura, ma dei segni divini. Non c’entra la ragione, ma la potenza superiore, non la natura, ma il Creatore. Non è cosa normale, ma singolare; è un fatto divino, non umano…”[xvi].

Nella sala del Presepe, situata di fronte a quella che ospita la cattedra d’avorio, si può ammirare un prezioso altorilievo rinascimentale che nel marmo illustra un’altra Natività. Essa è firmata in latino e datata 1497 dallo scultore Giovanni Bono da Mantova[xvii]. Pure in questo caso l’artista si è ispirato ad un altro vangelo apocrifo – lo pseudo Matteo (14, 1) – nel descrivere con grande partecipazione emotiva Maria che entrò in una stalla e depose il Bambino in una modesta mangiatoia: “…Tre giorni dopo la nascita del Signore nostro Gesù Cristo, la beatissima Maria uscì dalla grotta ed entrò in una stalla, depose il bambino in una mangiatoia, ove il bue e l’asino l’adorarono…”[xviii].

 

I Magi nella capsella dei santi Quirico e Giulitta

La capsella dei santi Quirico e Giulitta era un’urna marmorea che assolveva alla funzione di custodia delle reliquie. E’ datata alla prima metà del V sec. Un’antica tradizione afferma che il vescovo san Germano di Auxerre donò all’imperatrice Galla Placidia i resti di questi due santi, madre e figlio, martirizzati nel 304 a Tarso. L’Augusta fece traslare le reliquie nella basilica ravennate di San Giovanni Battista, dalla quale l’urna proviene. La capsella presenta quattro immagini a bassorilievo[xix]. Nei due lati corti osserviamo:

  •  la Traditio Legis, ovvero Cristo posto al centro che consegna la Legge a san Pietro in presenza di san Paolo con il volumen arrotolato;
  • Daniele nella fossa dei Leoni. Qui viene rievocata la speranza nella Resurrezione. Daniele viene raffigurato nella posa di orante, con le mani rivolte al Cielo. Egli si appresta ad un atteggiamento di serena fiducia alla volontà di Dio. A destra della scena il profeta Abacuc assiste Daniele portandogli del cibo.

Infine nei due lati lunghi sono scolpite:

  • l’Adorazione dei Magi. Lo schema iconografico è simile al mosaico di Sant’Apollinare Nuovo. I Magi indossano sempre vesti di foggia orientale. Essi incedono nel loro cammino ritmicamente riconoscendo l’Epifania del Signore. L’archeologo Giuseppe Bovini nota che il Bambino Gesù, come nella formella della cattedra d’avorio, “si protende gioiosamente verso di loro…[xx];
  • Sull’altro lato del reliquiario il ciclo è idealmente completato dall’Apparizione del Risorto alle pie donne, episodio unito all’Ascensione: Gesù sale in Cielo stringendo la mano del Padre[xxi].

 

I Magi nel sarcofago di Isacio e nella veste di Teodora

Nella basilica di San Vitale rivolgiamo il nostro sguardo verso il sarcofago del sec. V reimpiegato nel VII allo scopo di custodire le spoglie dell’esarca bizantino Isacio[xxii]. Di grande significato ritroviamo:

l’ Adorazione dei Magi. Anche in questo caso è utile un confronto soprattutto con la capsella dei santi Quirico e Giulitta custodita nel museo Arcivescovile. Dietro la Vergine compare anche la stella che indica l’obiettivo di speranza nel cammino dei Magi con lo scopo di tributare omaggio al Figlio dell’Uomo[xxiii].

Infine concludiamo il nostro percorso di fronte ad un particolare del mosaico che illustra Teodora e la sua corte nella cappella absidale della basilica (metà del VI sec)[xxiv]. Si tratta del lembo inferiore della sontuosa veste della sovrana decorato con l’immagine dei tre Re Magi[xxv]. In tale caso la scelta dell’iconografia è stata interpretata nella volontà di Teodora di fregiarsi di fronte ai suoi sudditi del ruolo di protettrice, assieme al marito Giustiniano, della vera ortodossia religiosa contro tutte le eresie sulla natura di Cristo che avevano lacerato la chiesa cristiana delle origini[xxvi]. Teodora fu accusata di essere vicina al monofisismo: una dottrina eretica che sosteneva esclusivamente la natura divina di Cristo[xxvii]. Con la raffigurazione dei Re Magi nel manto di Teodora entra in gioco la colta committenza dell’ arcivescovo di Ravenna Massimiano. Così don Giovanni Montanari scrive: “…è ben verosimile che Massimiano abbia voluto espressamente mostrare che Teodora, professando la vera fede della tradizione in Cristo quale vero uomo e vero Dio, non partecipava al circolo monofisita…[xxviii]. Tale concetto teologico di unità trinitaria viene rinforzato nella ritualità del gesto dell’offerta che dai Re Magi si trasferisce ai coniugi imperiali, simboli di continuità fra l’antico mondo romano e quello cristiano, nella presentazione liturgica della patena del pane da parte di Giustiniano e del calice di vino da parte di Teodora verso il Cristo Cosmocrator raffigurato nella calotta absidale[xxix].

 

 

 

Filippo Trerè

Opera di Religione

della Diocesi di Ravenna

 

 

[i] G. Ravasi, Epifania. Nella luce dei Magi la speranza di tutti, in “Avvenire” 4 gennaio 2020 (ried. in http://www.avvenire.it ).

[ii] M. Bussagli, M. G. Chiappori, I Re Magi. Realtà storica e tradizione magica, Milano 1985; M. G. Chiappori, Magi, in Enciclopedia dell’Arte Medievale (1997), in http:// www.treccani.it; F. Cardini, I Re Magi: Leggenda cristiana e mito pagano tra Oriente e Occidente, Venezia 2000.

[iii] G. Cortesi, Sant’Apollinare Nuovo in Ravenna, Ravenna 1975, pp. 51-57; C. Rizzardi, Il mosaico a Ravenna. Ideologia e arte, Bologna 2012, p. 105.

[iv] G. Gardini, “La Fede dei Magi… a Ravenna”, in “Risveglio Duemila”, 20 dicembre 2013, p. 2.

[v]  L. Russo, Il disegno che narra e quello che registra. Esempi della documentazione grafica dei mosaici di Sant’Apollinare Nuovo fra Ottocento e Novecento, in Sant’Apollinare Nuovo. Un cantiere esemplare, a c. di C. Muscolino, Ravenna 2012, p. 84; A. Panaino, “Considerazioni storico-linguistiche e storico religiose intorno ai nomi dei Magi evangelici: Prolegomena alla redazione di un Namenbuch”, in “Atti del Sodalizio Glottologico Milanese”, voll. VIII-IX, n.s., 2013-2014, Milano 2016, pp. 41-82.

[vi] Il Libro di Agnello Istorico. Le vicende di Ravenna antica fra storia e realtà, traduzione e note di M. Pierpaoli, Ravenna 1988, pp. 107-108; Chiappori, I Re Magi, cit., pp. 207-210; Ead., Magi, cit.; Gardini, “La Fede dei Magi”, cit.

[vii] E. Penni Iacco, L’arianesimo nei mosaici di Ravenna, Ravenna 2011, pp. 49-50; figg. 5-6; G. Gardini, Maria nei mosaici ravennati, in Le donne nei mosaici di Ravenna (a c. di Monsignor Guido Marchetti), Opera di Religione della Diocesi di Ravenna, 2015, pp. 69-71; F. Trerè, L’iconografia di Maria nei mosaici ravennati, in http://www. ravennamosaici.it/blog.

[viii] Gardini, “La Fede dei Magi”, cit.

[ix] G. Bovini, La Cattedra eburnea del vescovo Massimiano di Ravenna, Ravenna 1990; G. Gardini, in Le collezioni del Museo Arcivescovile di Ravenna, a c. dell’Opera di Religione della Diocesi di Ravenna, Ravenna 2011, pp. 73-84; E. Penni, La liturgia diventa arte. Il Battistero Neoniano e la Cattedra di Massimiano a Ravenna, Cesena 2017, pp. 31-54.

[x] M. M. Morciano, I vangeli apocrifi e la storia della levatrice incredula, in  “Bibbia Ieri e Oggi” 3, luglio/agosto 2017, pp. 26-31 (particolarm. pp. 28-29, 31).

 

[xi] Bovini, La Cattedra, cit., pp. 21-22; Penni Iacco, La liturgia, cit., p. 31.

[xii] Bovini, La Cattedra, cit., p. 24 ; Penni Iacco, La liturgia, cit., pp. 35-36; Morciano, op. cit., pp. 29-30.

[xiii] C. Cecchelli, La cattedra di Massimiano ed altri avorii romano-orientali, Roma 1935-1936, p. 184; F. Trerè, Sulla cattedra d’avorio: storia di due formelle, in http://www. ravennamosaici.it/blog.

[xiv] Id., Mosaico, culto, cultura. La cultura religiosa nei mosaici delle basiliche ravennati, Ravenna 2000, pp. 79-82; G. Montanari, Ravenna. L’iconologia. Saggi di interpretazione culturale e religiosa dei cicli musivi, Ravenna 2002, pp. 11-53 (particolarm. pp. 39-50.

[xv] Penni, op. cit., pp. 27-29, 31-38.

[xvi] Sermone 148.

[xvii] P. Novara, in Le collezioni, cit., pp. 53-54.

[xviii] F. Trerè, Un Presepe nel Museo Arcivescovile, in http://www. ravennamosaici.it/blog.

[xix] G. Bovini, I principali monumenti paleocristiani del museo Arcivescovile di Ravenna, in “Corsi di Cultura sull’Arte Ravennate e Bizantina”, 8-21 marzo 1964, Faenza 1964, pp. 53-56; Novara, in Le collezioni, cit., p. 88.

[xx] Bovini, I principali monumenti, cit., p. 54.

[xxi] Gardini, in Le collezioni, cit., pp. 91-92;

 

[xxii] G. Borghese, Isacio, in Dizionario biografico degli italiani, volume 62 (2004), in http://www.treccani.it; G. Gardini, La cappella del ‘Sancta Sanctorum’ nella basilica di San Vitale. Brevi note tra archeologia e agiografia, in La Bellezza della fede, “I quaderni dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Forlì”, numero 5, anno 2016, (2017), pp. 249-272 (particolarm. p. 268 e nota 43).

[xxiii] Gardini, “La Fede dei Magi”, cit.; Chiappori, I Re Magi, cit., pp. 211-212.

[xxiv] R. Calza, Teodora, in Enciclopedia dell’Arte Antica (1966), in http://www.treccani.it; S. Cosentino, Simbologia e colore nei palatini del mosaico giustinianeo di San Vitale, in Studi in memoria di Patrizia Angiolini Martinelli, a c. di S. Pasi, Bologna 2005, pp. 109-123 (pp. 117-121); S. Pasi, Ravenna. San Vitale. Il corteo di Giustiniano e Teodora, Modena 2006, p. 39; Rizzardi, op. cit., pp. 142-144; G. Ravegnani, Teodora, Roma 2016, pp. 54-55; pp. 155-169.

[xxv] Gardini, “La Fede dei Magi”, cit.

[xxvi] Montanari, Ravenna. L’iconologia, cit., pp. 15-16; pp. 22-31; Id., Monumenti giustinianei o non piuttosto massimianei?, in “Studi Romagnoli”, LXII (2011), p. 77.

[xxvii] Ravegnani, op. cit., p. 156.

[xxviii] Montanari, Ravenna. L’iconologia, cit., pp. 24-25.

[xxix] Chiappori, I Re Magi, cit., p. 211.